religioni

Da quando esistono, le religioni hanno causato un numero incalcolabile di morti, anche se molte volte le religioni sono state usate come un pretesto più che altro per nascondere interessi economici e politici. Tuttavia rimane il fatto che quando ci si avventa sul terreno religioso, gli animi si tendono a scaldare e lo scontro, nel caso in cui ci siano persone che la pensano in modo opposto, può essere dietro l’angolo. Dopotutto il mondo di oggi è un mondo globalizzato, dove è facile che uno studente cristiano stia nella stessa classe con un buddista, o che un musulmano si imbatta in fila al supermercato in un ateo.

La legge, proclamando la laicità dello Stato, prova a cucire tutti i possibili vuoti che potrebbero esserci tra un culto e l’altro, e ci prova anche stabilendo che la bestemmia, proprio per garantire il rispetto di tutti ed evitare inutili conflitti, debba essere considerata reato (o meglio, oggi giorno bestemmiare non è più reato, ma rimane pur sempre un illecito amministrativo punito mediante una sanzione pecuniaria). Inoltre, sempre in virtù del principio della civile convivenza, lo stesso ordinamento prevede il reato di vilipendio alla religione, che altro non è che il reato commesso da chi offende una o più divinità e i ministri di culto di quella religione. Ma qual è il confine tra vilipendio e il semplice parlar male di una religione?

Mettiamo il caso che un utente scriva sul proprio profilo Facebook la frase “bastardi cattolici” o “bastardi islamici”, proprio come il quotidiano Libero fece con la sua prima pagina il giorno successivo all’attacco terroristico di matrice islamica avvenuto a Parigi. Ebbene, il direttore di Libero fu inquisito per vilipendio alla religione proprio per via di quelle parole diffuse a mezzo stampa. Il codice penale, a questo proposito, stabilisce che “chi pubblicamente offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di chi la professa, rischia il carcere fino a due anni”; la pena sale da uno a tre anni se il vilipendio non si rivolge semplicemente a chi professa quella fede, ma ai ministri del culto cattolico.

Di conseguenza la norma riconosce due tipologie di vittime: i fedeli della religione e i ministri di culto. Il che presuppone che l’oltraggio della religione non sussiste se l’offesa non colpisce un ministro di culto in particolare, come potrebbe essere un sacerdote o un vescovo, e né sussiste se non si rivolge a un determinato credente. La giurisprudenza, pur non essendoci scritto nella legge, tende quindi a punire quando l’offesa si rivolge ad un soggetto in particolare e non ad una moltitudine indifferenziata di fedeli. Il motivo? Dal momento in cui la religione costituisce un bene superindividuale, la tutela dal punto di vista penale viene garantita soltanto quando si verifica una lesione al soggetto che la professa.

Anche per questo motivo il direttore di Libero non è stato condannato per aver usato il titolo “Bastardi islamici” sul suo quotidiano: le parole usate, sicuramente discutibili, non erano state rivolte a dei soggetti specifici. Merito della Corte Costituzionale, che nel 2000 cambiò il concetto di villipendio alla religione spostandone il reato da un’accezione generica a casistiche più precise. Ergo, parlar male di una religione non è affatto un reato.

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