SIKH: LA RELIGIONE DEI DIVINI MAESTRI
di Michela Carobelli
Il termine sikh è stato coniato in epoca coloniale
dagli inglesi per indicare una particolare forma religiosa nata da quel
grande serbatoio spirituale che è l’Induismo. Ripercorrendo la storia
attraverso gli scritti, si coglie infatti – dietro la straordinaria
varietà di dottrine orientali più note – una certa “aria familiare” del
sikhismo che nasce dalla certezza condivisa che il divino si manifesti
in forme differenti (dai fiori agli uomini carismatici o guru). Di
conseguenza l’aspetto spirituale non si contrappone dualisticamente a
quello materiale, dal momento che la stessa materia è sempre permeata e
percorsa dal respiro dello spirito. Al fianco di religioni “peculiari”
come il Buddhismo e il Jainismo ecco apparire nel tempo derivazioni più
recenti come il Sikhismo dei “discepoli” capeggiato dal Maestro Guru
Nanak, il fondatore di quest’ultima via di salvezza spirituale. Dopo
Guru Nanak si susseguirono nei secoli altri nove maestri che guidarono
la comunità sikh fino al 1700. I sikh credono che in Nanak e negli
altri nove guru si sia incarnato lo spirito divino, quello che, cessata
la serie di maestri in carne ed ossa, è oggi presente nel “libro sacro”
di questa religione. Il sikhismo fu fondato intorno al 1500 dC e nasce
come una delle tante “vie” tracciate da una serie di grandi poeti
religiosi che vissero in India a cavallo tra il Medioevo e l’Era
Moderna. Il fondatore si preoccupò di organizzare su solide basi la
comunità dei suoi seguaci, lasciando loro una guida sicura attraverso
l’istituzione del Guru. La patria del sikhismo è una regione dell’India
nord-occidentale, il Punjab; tuttavia i sikh vivono in gran numero
anche fuori dell’India, in tutta l’area europea e specialmente nel
Regno Unito. Anche in Italia la comunità sikh è numerosissima ed è
sicuramente quella meglio integrata nel paese: i sikh lavorano sodo,
sono onesti, hanno una buona cultura e in genere arrivano ad
occupare ruoli pubblici importanti e a contribuire alla ricerca in
diversi ambiti del sapere.
La fonte principale per lo studio della religione sikh
è il suo “libro sacro” chiamato “Adi Granth”. Si tratta di una
imponente raccolta di canti religiosi che conta 1430 pp. e comprende
5894 composizioni poetiche distribuite nel testo sulla base delle
melodie sulle quali gli inni devono essere cantati. Il carattere
ufficiale al testo sacro venne conferito con l’installazione solenne
nel tempio principale “Harimandir”di Hamritsar – meglio conosciuto come
Golden Temple - nel 1604. Il testo è redatto in una lingua detta
“sant-bhasa”, difficilmente definibilee scritta secondo un alfabeto
proprio. Questa scrittura è ancora oggi in uso nel Punjab ed è un
elemento che ha contribuito e tutt’ora contribuisce non poco alla
consapevolezza dell’identità sikh. Il fondatore non stabilì per la sua
comunità un codice preciso di comportamento, ma si limitò ad indicarne
alcune norme fondamentali tra cui spicca il rifiuto delle barriere
sociali e delle divisioni castali. Con questo spirito vennero
organizzate presso i luoghi sacri delle cucine pubbliche, i “langar”,
nelle quali si assumeva cibo insieme e si distribuiva a chiunque si
presentasse. Il decimo guru, Govind Singh, fondò nel 1699 il
Khalsa, la cosiddetta “comunità dei puri”, costituita da veri e propri
guerrieri pronti a dare la vita per la propria fede, per il proprio
guru e per la propria famiglia contro gli attacchi dei musulmani. Il
Khalsa costituisce il nerbo della comunità e ne incarna l’ala
militante. Ogni sikh che entri nel Khalsa assume il nome di “singh”,
che vuol dire “leone”, e attraverso un rito di iniziazione, contrae
l’obbligo di assumerne su di sé i cinque segni distintivi: barba e
capelli lunghi, un piccolo pettine per fermare i capelli, il turbante,
una spada che oggi può anche essere rappresentata semplicemente da una
piccola riproduzione, un piccolo braccialetto di ferro simbolo di
austerità, e i caratteristici pantaloni di chiara origine
indù.
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