I film del festival: breve guida all’uso
di Carlo Chatrian

Il cinema è arte del presente. Strumento narrativo ricco di fascino, esso è anche un acutissimo rivelatore dei sentimenti e delle emozioni delle persone. Fedele a questo assunto, la definizione del programma ha preferito tralasciare la messa in scena delle grandi figure tratte dalle confessioni (Cristo, San Francesco, Calvino, Buddha…), cercando invece quelle opere in cui la dimensione religiosa prende forma a contatto con la vita di tutti i giorni. In questo modo non solo si è voluto gettare uno sguardo nella produzione cinematografica più attuale ma anche si è potuto sfruttare al meglio la varietà dello strumento cinema.
Da un punto di vista complessivo il festival si divide in due momenti distinti seppure pensati con costanti rimandi, tematici e stilistici. Due le proposte: una dedicata alla rilettura di film che hanno segnato la storia del cinema, l’altra ad opere inedite di autori giovani che usano il cinema come strumento d’indagine sul prossimo e su loro stessi.
I primi due giorni costituiranno il punto cardine di una riflessione sul rapporto tra settima arte e religione. Per mettere in atto questo progetto si è pensato di indagare nella storia del cinema quei testi che meglio rappresentano la ricchezza e la profondità dell’esperienza religiosa: dalla particolare visione del miracolo e dell’enigma della vita proposta da Rossellini alla poesia sempre attuale di Satyajit Ray, dalla rilettura originale di un frammento della genesi da parte di Sissoko alla grande lezione filosofica proposta da Yong-Kyun Bae per concludere con l’atto d’accusa preciso eppure così profondamente umano di Amos Gitai. Film conosciuti da rileggere in questo nuovo contesto dialogheranno con opere importanti ma da tempo inedite in Italia per fornire un quadro molto articolato di un percorso di conoscenza che coinvolge quattro continenti.
La seconda parte del festival è invece dedicata a quelle opere che indagano il presente confrontandosi sul difficile terreno del documentario, non tanto per presentare la Verità su un dato tema, quanto per mettere in discussione un’immagine della realtà e della religione. Spesso il regista è parte in causa del racconto – ne è anzi il suo motore primo e la ragione di essere del film. In filigrana emergono ritratti di donne tenaci e coraggiose come Alina Marazzi, nel suo viaggio nel mondo delle suore di clausura, o Catherine Mc Gilvray nell’universo dei poeti di Dio, o ancora Jessica Woodworth, che asseconda la ricerca dell’amica presso i mullah del Marocco delle regole del buon comportamento pre-matrimoniale, in quello che ci è sembrato il migliore omaggio ad un Islam moderato che fatica ad avere parola. Ancora più estremi sono invece i casi di Marc Weymuller e Hernan Khourian. Il primo ci restituisce l’universo di un eremita moderno, in un diario intimo in cui il tu e l’io si confondono; il secondo si abbandona alla parola di Norberto, uomo dal corpo imprigionato in un letto in cui la sua vitalità sconvolgente può esplodere in mille direzioni.
Dieci modi e dieci angolature per affrontare una stessa sfida quella di filmare l’invisibile: quell’immagine che si nasconde allo sguardo superficiale della televisione e del reportage, che si rivela quando un “io” (sia esso cristiano, musulmano, buddista o induista) si investe profondamente nella sua tensione ad esplorare il trascendente.
Consulente artistico del filmfestivalpopoliereligioni di Terni Vicedirettore di Infinityfestival di Torino
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