“Pesante la tua musica leggera, la trovi su cd, lp e su dischetti per tastiera, mentre a me mi trovi in giro qualche sera, in un locale dove fuori certamente non c’è fila”.
Cantava così un anno fa Simone Cristicchi nella sua sarcastica dedica a Biagio Antonacci; un atto d’accusa contro un’industria discografica in cui non c’è spazio per un autore che cerca di esprimere la propria creatività piuttosto “andare dietro a quel che piace alle ragazzine” o per una canzone che superi i tre minuti e non segua la struttura “Intro, strofa, strofa, ponte, ritornello, ritornello”.
Premio Rino Gaetano, Premio Carosone, Premio Gaber, persino Leone d’argento a Venezia, Simone era “stimato tantissimo dai colleghi cantautori, i direttori generali e pure i produttori”. Eppure il suo disco, pronto da anni, non usciva e le sue esibizioni restavano confinate ad un pubblico di nicchia facendolo sentire “piccolo come una lenticchia”.
Come quella canzone sia potuta diventare il tormentone dell’estate, non se lo spiega bene neanche lui, ma in un anno Simone ha calcato tutti i templi della musica italiana, dal Palalottomatica al Festivalbar fino a Sanremo, ha spopolato nelle radio e in televisione, è entrato nelle suonerie e negli sfondi dei telefonini.
Insomma è diventato un vero e proprio simbolo di quel sistema contro cui, pure, continua a scagliarsi nelle canzoni del suo album di debutto, chiamato significativamente Fabbricante di canzoni: sedici canzoni in cui echi di Vincio Capossela si mescolano a Jovanotti, i “cellulari e carta sim” incrociano la samba e la graffiante parodia di Piero Focaccia incontra Sergio Endrigo, che chiude il disco con un emozionante duetto inciso tre anni prima della morte.
“Il paradosso è che sono accettato dal sistema discografico proprio con una canzone che lo criticava fortemente, tanto che a lungo mi sono domandato se non sono stato frainteso. Mi sono detto: forse pensano davvero che sono un fan di Antonacci. Ad un certo punto ho gettato la spugna. Alla fine, spero che leggendo i testi delle mie canzoni si senta che in realtà c’è una sofferenza”.
D’altra parte la canzone è piaciuta anche allo stesso Biagio Antonacci…
“Inizialmente ha accettato lo scherzo, e – credo – la potenzialità pubblicitaria che questa canzone aveva anche per lui. Dopotutto in tre minuti ripeto 15 volte il suo nome...”
Ti ha persino invitato a cantarla con lui sul palco del Palalottomatica.
“Ho avuto un po’ di paura di partecipare a quel concerto, perché non rispondeva di sicuro al mio contesto. Ma è stata una circostanza casuale che mi ha permesso di realizzare un mio vecchio sogno, e in fondo l’ho considerato un punto di arrivo. Ci passavo davanti sin da bambino, al Palalottomatica. Ma devo dire che le vere soddisfazioni della mia carriera, fino ad oggi, sono state altre: il premio Gaber, quello per il miglior album di debutto...”
Dopo tutto la critica ti ha scoperto prima del grande pubblico. Ma quanto è stato importante, per te, raggiungere il successo? E come lo vivi oggi?
“Io cerco soprattutto di essere fedele alla mia personalità. Non ha senso – come succede a molti miei amici – cercare di imitare Michael Bolton, Giorgia o Alex Baroni, seguire le regole dettate dai programmi televisivi, la legge del Grande Fratello secondo cui l’importante è – per citare Warhol – arrivare ad avere quel tuo quarto d’ora di celebrità. Io ci ho messo 8 anni per fare un disco. La popolarità è arrivata casualmente, ed è una cosa alla quale francamente ancora non riesco abituarmi, adesso che sono che sono entrato nelle classifiche persino in Russia!”.
Quindi non vivi il timore di diventare una meteora che esplode con un tormentone estivo, arriva a Sanremo e poi sparisce nel nulla?
“Ma sai, ci sono alcune influenze anche inconsce. Magari il complesso di dover fare un album che deve superare o eguagliare il successo del primo, ti viene. O magari mentre scrivi già pensi a quali sono le canzoni che potrebbero funzionare come singoli. Ma per ora non è così. Non cerco di replicarmi, ma – al contrario – di esplorare mondi creativi diversi. Sto scrivendo un libro e, chissà, forse da grande farò lo scrittore. Ho fatto uno spettacolo teatrale su storie di matti, e ho un altro progetto che riguarda un documentario”.
Insomma il successo serve soprattutto a permetterti di fare ciò che ti piace?
“Sì. Lo spettacolo sui matti è una cosa che sognavo di fare da anni. Il fatto di aver scritto un tormentane mi ha permesso di farlo. E’ stato un evento estremamente positivo, che ha spaccato in due la mia vita. Se non ci fosse stato Vorrei cantare come Biagio chissà quanti anni avrei dovuto aspettare per realizzare i miei progetti. La popolarità e il successo servono anche a raccontare quello che sono. D’altra parte avere quasi trent’anni mi ha anche aiutato a gestire meglio questo successo improvviso”.
Se ti fosse successo dieci anni fa sarebbe stato diverso?
“Bruciare le tappe è sempre pericoloso. Qualcuno ha detto: “Nessuno è immune al successo”. E’ vero, perché il successo è come una malattia, può scombussolarti la vita e tirare fuori la parte peggiore di te”.
Se c’è una cosa che il mondo dei media ci ha insegnato, è l’importanza del look. Questa lezione l’hai recepita bene. In fondo hai creato un personaggio con la valigetta e il vestito nero e la cravatta colorata...
“Volevo rappresentare la follia che c’è nella normalità, per questo ho utilizzato il vestito da impiegato. In generale però non mi piace vestirmi elegante. L’ho fatto a Sanremo, per una questione di rispetto”.
Anche Sanremo è stato un sogno realizzato?
“Sì, soprattutto perché ho avuto l’opportunità di cantare una cosa in cui credevo e che ha fatto bene alla mia dignità artistica. Non credo di aver portato una canzonetta”.
Puoi parlarmi del progetto sui manicomi?
“Tutto nasce da un’esperienza personale: sei anni fa ho fatto il servizio civile presso un Centro di Igiene Mentale. All’inizio è stato difficile, puoi andarci fuori di testa, a vivere in quell’ambiente; eppure alla fine i miei migliori amici erano diventati loro. Da qui è nato uno spettacolo teatrale in cui leggo lettere dei pazienti del manicomio San Girolamo di Volterra scritte dal 1900 al 1970. Lettere piene di spunti di riflessione, e che sono incredibilmente lucide, anche se ‘disallineate’. A questo percorso storico sono affiancate canzoni: mie, ma anche di Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Giorgio Gaber e Sergio Endrigo”.
Un progetto parallelo a quello di Ascanio Celestini con La pecora nera.
“Anche se il punto di vista di Ascanio è soprattutto quello degli infermieri, mentre io cerco di dare voce alla fantasia e la creatività che c’è in ognuno di loro, leggendo anche poesie scritte dai pazienti, e poi testi di Alda Merini, ricordi che attingono alla mia esperienza personale. Il tutto in un gioco di contaminazione molto emozionale. Perché ci si commuove, soprattutto quando leggo le loro lettere. Sono cose che toccano il cuore e il pensiero”.
Quante repliche avete fatto?
“Finora siamo andati in scena 40 volte. Il prossimo spettacolo sarà il 19 ottobre all’ex manicomio San Salvi di Firenze. Poi forse a febbraio saremo in Umbria, a Narni”.