"Il mondo non è né pagano né cristiano. E' sbracato"
Intervista a Gabriele Lavia

di Francesco Patrizi
Nel camerino di Gabriele Lavia aleggia l’atmosfera del suo ultimo spettacolo: bastoncini di incenso che bruciano lentamente davanti allo specchio, le vecchie foto del figlio, piccoli oggetti degli altri suoi spettacoli conservati come portafortuna, come l’ammasso di armadi, marionette e cavallucci che fanno da scenografia al nuovo spettacolo, simbolo della memoria del protagonista, un vecchio regista che vive nel passato, alter ego di Bergman nel testo originario e di Lavia nella trasposizione teatrale.
“Dopo la prova” è un libero adattamento del film-tv del 1986 di Ingmar Bergman, autore da cui Lavia ha tratto nel 1997 “Scene da un matrimonio”, facendone un’autobiografia non dichiarata del suo rapporto con la compagna-attrice Monica Guerritore.
L’autore svedese è stato adoperato dall’attore-regista milanese come un canovaccio per dare voce ai propri pensieri sul teatro e sulla vita. Non solo le battute, in gran parte, sono state riscritte, ma la stessa struttura drammaturgica è stata ribaltata: la storia originale racconta del difficile dialogo di un vecchio regista, Vogler, con una giovane attrice, e mostra, in un’inserzione tra sogno e allucinazione, l’incontro di Vogler con la madre della giovane, sua ex compagna e attrice, morta suicida; Lavia sposta l’intera rappresentazione su un piano onirico e fa del personaggio della suicida un fantasma che si aggira per la scena senza pace, in un rimando abbastanza esplicito alla sua ex compagna-attrice.
Tre anni dopo, nel 2003, Lavia è tornato al Verdi con “L’Avaro”, una delle più celebri commedie di Moliére (diventata, nel 1989, anche un film con Alberto Sordi) nell’allestimento diretto da Gabriele Lavia e interpretato insieme a Andy Luotto.
Gabriele Lavia, classe 1942, nei primi anni settanta partecipa come attore ai primi film di Dario Argento, ottiene la parte del protagonista nel film horror Zeder di Pupi Avati, e debutta alla regia cinematografica nel 1983 con “Il Principe di Homburg” di Kleist. Sulla scena teatrale, il primo importante riconoscimento lo ottiene con “I Masnadieri” di Schiller, nel 1982. In quell’occasione incontra un’attrice molto dotata, Monica Guerritore, più giovane di sedici anni, che diventerà la sua compagna. Insieme realizzano anche tre film dal sapore erotico: Scandalosa Gilda, Sensi e La Lupa. Per sedici anni formano una coppia molto discussa, criticata sia per l’esibizionismo con cui portano sul palco e sulla pellicola la loro vita, sia per i livelli artistici raggiunti, a volte poco convincenti.
Oggi Lavia, separato dalla moglie, continua a fare un teatro molto personale, impegnato a rileggere a suo modo i grandi classici. La sua ultima apparizione al cinema è in Ricordati di me di Gabriele Muccino, dove interpreta il ruolo di un regista teatrale omosessuale, di cui si innamora (suo malgrado) Laura Morante.
La sua rilettura del testo di Bergman ci è sembrata molto autobiografica.
“Ho preso questo testo di un uomo di spettacolo così importante, che io amo molto e che ha influito molto sulla mia formazione. Quando ero ragazzo andavo a vedere i suoi film e il sala eravamo tre, quattro persone. In Italia Bergman ha cominciato ad avere un successo di pubblico molto tardi. Questo era un testo che volevo fare da molti anni, e l’occasione finalmente si è presentata. In realtà però, quello che io faccio non è la messa in scena di un testo, perché non sono capace di fare questo lavoro, quello che io devo fare è leggere il testo e poi fare il testo che ho dentro, realizzare quello che il testo mi tira fuori. In qualche modo non siamo noi a leggere il testo, ma è il testo che legge noi. Dentro di noi si viene a formare un “ipertesto” che è il testo più tutto quello che si viene a creare dentro di noi. In teatro, io metto in scena quello che questo testo muove dentro di me e intervengo con molta libertà, perché sono convinto che non è un tradimento, quello che faccio, ma semplicemente un’altra cosa”.
“In questo testo ho messo dentro molto della mia vita e di ciò che penso del teatro. Quello che racconto è la storia di un regista che sogna di svegliarsi all’interno di un sogno. Questa serie di proiezioni del sogno mi permettono di fare uno spettacolo ricco di luci e ricchissimo di musiche che è proprio il tipo di teatro che Bergman non ama e io non amo, perché il mio sogno è quello di fare uno spettacolo senza niente, con la sola luce di servizio, eppure, non so perché, ma non ci sono mai riuscito.
C’è una grande fedeltà affettiva all’autore, non una fedeltà alla scrittura, anche perché come potevo io Lavia regista chiedere a Lavia attore di fare il regista Bergman che non conosco personalmente. Io posso fare solo me stesso. D’altra parte io credo che un attore possa fare solo sé stesso. Chi è un personaggio? Noi abbiamo solo le parole di un personaggio. E cosa sono le parole? Sono niente, sono solo la sostanza dei sogni. Le parole sono il veicolo su cui viaggia il teatro, ma non bisogna confondere il treno con i passeggeri. Se viaggi in macchina tu non ti muovi, è la macchina a camminare, così è lo spettacolo: ti porta dovunque, ma tu sei sempre lì, sul palcoscenico. Questo è il segreto del teatro. Il teatro che nello spettacolo è azione, passaggio di tempo, movimento, nella realtà è un tempo fermo, senza lancette”.
Altra citazione bergmaniana.
“Sì, di cui ovviamente si accorgono due persone in tutto il teatro, gli altri non capiscono un cazzo, d’altra parte il livello è quello che è, il referente culturale del pubblico sono le fiction, per cui non c’è speranza”.
Sì, forse è un livello un po’ basso.
“Non è un po’ basso. E’ morto, finito. Non hanno più un pensiero, sono pensati. Non vanno più, sono andati. Sono andati da altri, si mettono nello struscio e sono trasportati, sono teletrasportati. E’ molto più facile governare i cretini che le persone intelligenti, per questo la tendenza, come dice Polonio è follia ma c’è del metodo. Sembra folle questo sistema che ci circonda, per questo le persone sensibili e intelligenti vivono male nel mondo. Per vivere è meglio non avere la coscienza di quello che sta succedendo”.
Nell’opera di Bergman il finale è diverso dal suo che si conclude con le battute: “Forse l’assenza di Dio è anch’essa Dio”
“Durante tutto il testo io dissemino una poesia di Pessoa che finisce con quelle parole. Ho voluto finire questo testo con delle parole alte di un grandissimo poeta che io amo molto perché mi sembrava che questa disperata tensione mistica che è in tutta l’opera di Bergman, la sua ricerca della fede, quella ricerca è il suo Dio”.
Ed è questo il suo rapporto con la concezione di Dio?
“Certo, avendo studiato dai preti io sono ateo. Ma l’ateo intellettuale della nostra cultura ebraico-cristiana non è un signore che non ha il problema di Dio, perché la nostra formazione culturale è quella. L’ateo ha un problema che non è risolto, come un compito non fatto che hai sempre paura che qualcuno te lo chieda. L’ateo ha un’etica profonda e una responsabilità nei confronti del prossimo. L’ateo esistenzialista è una posizione angosciosa, perché non ha quella certezza che ti dà la fede in Dio. Chi non ha la Fede ha la Scelta, la fede è una scelta fatta. La scelta di Dio, la scelta di Cristo.
Ovviamente non sto parlando della fede della gente, che è una mera superstizione.
Se la gente si comportasse in modo autenticamente cristiano il mondo andrebbe molto meglio. Il mondo non è né pagano né cristiano. E’ sbracato. Infatti suonano i telefonini. Il telefonino è una metafora, un sintomo dello sbracamento cretino della gente. Essendo cretini non hanno rispetto né per loro stessi né per gli altri”.
I telefonini continuano a disturbare gli spettacoli teatrali.
“Noi pensiamo che questi sono fatti superficiali. Non è una cosa che riguarda il teatro, del teatro non importa un cazzo a nessuno. E’ una cosa destinata a morire e a sopravvivere in catacombe isolate, forse fatto di nascosto, anche il cinema finirà così, precotto e preconfezionato arriverà via satellite, senza la necessità di prendere una via. Io sono la via, dice Cristo, ma la via non è il cammino già fatto. Loro vogliono già tutto fatto, già pronto, e in realtà non hanno niente, e hanno una tale arroganza nella loro ignoranza assoluta e nella assoluta totale devastante volgarità… perché poi, cazzo, se queste fiction le fanno significa che qualcuno le vede, perché in un mondo dove le donne stanno acquistando sempre più coscienti di sé stesse, il 90% delle spettatrici sono donne, e questo la dice molto lunga sulla presa di coscienza del proprio sé profondo delle donne. La situazione è molto grave, e la responsabilità della televisione è una responsabilità enorme perché la televisione sta rovinando il mondo”.
Abitua ad un livello di attenzione talmente basso…
“La televisione è peggio dell’eroina. Scrivetelo questo”.
(ha collaborato Arnaldo Casali - 2001)
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