"BRANCA L'AUTORE" ALLE VIE DEL CINEMA
Dal 1 all'8 luglio a Narni Scalo

Al via la XII edizione di “Le vie del cinema”, la rassegna cinematografica di pellicole restaurate organizzata per iniziativa del Comune di Narni e del Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, in collaborazione con Mediaset - Cinema Forever, con l’Associazione Philip Morris - Progetto Cinema e con la Fondazione Cineteca Italiana di Milano. Lo slogan di questa edizione è “Branca l’autore”.
Prendendo spunto dal capolavoro di Mario Monicelli, L’armata Brancaleone, si renderà omaggio a sei grandi autori del cinema italiano: alcuni da tempo riconosciuti come tali (Pier Paolo Pasolini, Carlo Lizzani, Sergio Leone), altri considerati “solo” maestri della commedia come Ettore Scola, il citato Monicelli e il grande, ingiustamente dimenticato, Stefano Vanzina, in arte Steno.
La manifestazione, diretta da Alberto Crespi, che avrà luogo all’interno del parco pubblico di Narni Scalo, con ingresso e visione offerti dal Comune di Narni, quest’anno proporrà dal 1 al 8 luglio, un ricco programma di film su un enorme schermo allestito per l’occasione. Si tratta di sei pellicole restaurate di recente a cui si aggiungono due film dedicati ai più piccoli, programmati nella parte centrale della manifestazione e anch’essi restaurati.
Si parte il 1 luglio con Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone e si prosegue il 2 luglio con Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini. Il 3 è la volta di La vita agra di Carlo Lizzani, mentre il 4 e il 5, in coincidenza con le semifinali dei Mondiali di calcio, verranno proiettati due lungometraggi di animazione del 1949, i primi realizzati in Italia con la tecnica del Technicolor, dedicati ai più piccoli: La rosa di Bagdad di Anton Gino Domenighini (vincitore del primo premio nella categoria 'film per ragazzi' alla Mostra del Cinema di Venezia del ’49) e I fratelli dinamite di Nino Pagot (il creatore, insieme con il fratello Toni, del pulcino Calimero e del draghetto Grisù). Il 6 luglio si torna al cinema classico con Le avventure di Giacomo Casanova di Steno, e il 7 si prosegue con Una giornata particolare di Ettore Scola. Infine, l’8 luglio, gran serata di chiusura con la proiezione di L’armata Brancaleone di Mario Monicelli.
I FILM
1 LUGLIO: IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO, Sergio Leone - restauro a cura del Centro Sperimentale di Cinematografia Cineteca Nazionale;
2 LUGLIO: MAMMA ROMA, Pier Paolo Pasolini - Copia restaurata proveniente da Mediaset - Cinema Forever;
3 LUGLIO: LA VITA AGRA, Carlo Lizzani - restauro a cura del Centro Sperimentale di Cinematografia Cineteca Nazionale in collaborazione con Ripley’s Film;
4 LUGLIO: I FRATELLI DINAMITE, Nino Pagot - (1949) a colori, restaurato dalla Fondazione Cineteca Italiana di Milano;
5 LUGLIO: LA ROSA DI BADGAD, Anton Gino Domenighini - (1949) a colori, restauro a cura dalla Cineteca Nazionale;
6 LUGLIO: LE AVVENTURE DI GIACOMO CASANOVA, Steno - restauro a cura del Centro Sperimentale di Cinematografia Cineteca Nazionale in collaborazione con Ripley’s Film;
7 LUGLIO: UNA GIORNATA PARTICOLARE, Ettore Scola - restauro realizzato dall’Associazione Philip Morris Progetto Cinema in collaborazione con Surf Film – direttore del restauro Giuseppe Rotunno;
8 LUGLIO: L’ARMATA BRANCALEONE, Mario Monicelli - restauro realizzato dall’Associazione Philip Morris Progetto Cinema in collaborazione con Titanus e Fondazione Mario Cecchi Gori – direttore del restauro Giuseppe Rotunno;
PER INFO: Segreteria organizzativa
Comune di Narni - Via della Pinciana, 05035 Narni (TR)
Tel. 0744 747282 - Fax 0744 715270
Ufficio Stampa:
Lucrezia Viti +39 348.2565827
Mariangela Lombardo +39 338.1613713
RASSEGNA DI FILM RESTAURATI (NARNI 1-8 LUGLIO 2006)
Ogni sera un ospite presenterà il film da proiettare:
OLIVIA MAGNANI (il 2 luglio per Mamma Roma)
Olivia Magnani è la giovane attrice-rivelazione di Le conseguenze dell’amore, film di Paolo Sorrentino che nel 2004 ha rappresentato l’Italia in concorso al festival di Cannes (nel film Olivia è Sofia, la ragazza che fa perdere la testa al travet della mafia Titta interpretato da Toni Servillo). È anche la nipote… di Anna Magnani, travolgente protagonista di Mamma Roma: Olivia non ha mai conosciuto la nonna, ma è cresciuta con il mito di questa grande antenata e la considera, assieme a Stefania Sandrelli e a Monica Vitti, uno straordinario modello per il proprio lavoro di attrice. Dopo una piccola parte in Marianna Ucria di Roberto Faenza (1997), Olivia Magnani ha studiato teatro in Francia e si è riproposta all’attenzione del pubblico cinematografico con il citato Le conseguenze dell’amore (2004). Recentemente ha interpretato un film in Francia (La jungle, di Mathieu Delaporte) e un film per la tv in Germania (Contergan - Eine einzige Tablette di Adolf Winkelmann).
CARLO LIZZANI ( il 3 luglio per La vita agra)
Nato a Roma il 3 aprile 1922, Carlo Lizzani è uno dei più importanti registi e intellettuali del nostro cinema. Ha diretto, tra cinema e tv, oltre 60 film; ha scritto una fondamentale Storia del cinema italiano; è stato, fra molte altre cose, direttore della Mostra del cinema di Venezia. Subito dopo la Liberazione, è stato assistente di Roberto Rossellini durante le riprese a Berlino di Germania anno zero e ha collaborato come sceneggiatore a numerosi film, tra i quali due capolavori di Giuseppe De Santis, Caccia tragica e Riso amaro. Il suo esordio nella regia avviene nel 1951 con Achtung! Banditi!, film prodotto con formula cooperativa che narra un episodio della Resistenza nella periferia industriale di Genova (uno dei protagonisti maschili del film era il ventenne Giuliano Montaldo, ancora non regista). Tra i suoi film successivi ricordiamo Cronache di poveri amanti, Lo svitato (con il futuro premio Nobel Dario Fo), Il gobbo, Banditi a Milano, lo spaghetti-western Requiescant (interpretato da Pier Paolo Pasolini), Roma bene, San Babila ore 20: un delitto inutile, Barbagia, Fontamara, Caro Gorbaciov. La vita agra, presentato a Narni, risale al 1964 ed è uno dei suoi migliori film. Si ispira a un famoso e bellissimo romanzo di Luciano Bianciardi e si avvale della splendida interpretazione di Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli.
GIOVANNA RALLI (il 3 luglio per La vita agra)
Romana, “figlioccia” artistica di Vittorio De Sica e di Aldo Fabrizi, Giovanna Ralli è una delle attrici più amate e più versatili del cinema italiano. De Sica la volle, piccolissima, per una parte in I bambini ci guardano (1943). Fabrizi è stato suo padre sullo schermo nella saga della Famiglia Passaguai (tre film, dal 1951 al 1952) e, più di vent’anni dopo, in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola (1974) dove la Ralli interpreta il tenero, memorabile personaggio di Elide, figlia goffa e infelice – ma con aspirazioni intellettuali – del costruttore edile Catenacci. Giovanna Ralli ha interpretato oltre 80 film, tra i quali spiccano Il generale Della Rovere (1959) ed Era notte a Roma (1960) di Roberto Rossellini, Liolà di Alessandro Blasetti (1963), Costa azzurra di Vittorio Sala (1959, dove tiene testa brillantemente a un debordante Alberto Sordi), Per amare Ofelia di Flavio Mogherini (1974, uno dei primi film con Renato Pozzetto). Ha lavorato molto in teatro, facendo compagnia con Peppino De Filippo e ricevendo ottime recensioni per l’interpretazione della Professione della signora Warren di G.B. Shaw.
MARCO PAGOT (il 4 luglio per I fratelli Dinamite)
Marco Pagot è l’erede di una delle grandi dinastie del disegno animato italiano. Suo padre Nino e suo zio Toni fondano nel 1938, a Milano, la Pagot Film, che diventa ben presto il primo vero studio di animazione del nostro cinema. Nel ’49 i fratelli Pagot realizzano I fratelli Dinamite. Successivamente hanno lavorato moltissimo per la tv e la pubblicità, inventando personaggi famosissimi – il più epocale dei quali rimane, indiscutibilmente, il pulcino Calimero. Al restauro dei Fratelli Dinamite e, più in generale, al lavoro dei Pagot è dedicato il volume Un mondo perfetto (editrice Il Castoro, 2005) che Marco Pagot ha realizzato assieme a Roberto Della Torre. Marco ha anche tenuto viva la tradizione di famiglia ed è un importante autore di cartoni animati: il suo lavoro più personale è la serie Il fiuto di Sherlock Holmes, su un geniale cane-investigatore. Il grande animatore giapponese Hayao Miyazaki è un suo grande amico e gli ha reso omaggio chiamando “Marco Pagot” il protagonista del suo lungometraggio Porco rosso.
ENRICO VANZINA (il 6 luglio per Le avventure di Giacomo Casanova)
Enrico Vanzina è fratello di Carlo e figlio di Stefano. Stefano Vanzina, per chi non lo sapesse, è il vero nome di Steno, uno dei più grandi registi del nostro cinema, autore – prima in coppia con Mario Monicelli, poi da solo – di indimenticabili commedie. Nato a Roma nel 1949, Enrico è lo scrittore della coppia, mentre Carlo è il regista. Il suo primo, decisivo apporto alla storia del nostro cinema (e del nostro costume) è il lavoro alla sceneggiatura di Febbre da cavallo, diretto da papà Steno nel 1976 e diventato uno dei più amati cult-movie italiani. Successivamente Enrico ha sceneggiato quasi 80 film, molti in coppia con il fratello Carlo. Recentemente, Carlo ed Enrico si sono dedicati alla riscoperta di alcuni personaggi “di culto” del nostro cinema popolare, dando un seguito a Febbre da cavallo (La mandrakata, 2002) e riportando a seconda vita i personaggi del Monnezza (Il ritorno del Monnezza, 2005) e del “terrunciello” di Diego Abatantuono (Eccezzziunale veramente capitolo secondo… me, 2006). Enrico Vanzina scrive regolarmente per il Messaggero ed è tifosissimo della Roma.
MARIO MONICELLI (l’8 luglio per L’armata Brancaleone)
Mario Monicelli è nato a Viareggio il 15 maggio del 1915 ed è, per ammissione generale, il più giovane regista del cinema italiano. Ha diretto 65 film. Il primo fu, nel 1935, I ragazzi della via Paal. Il più recente (vietato dire “l’ultimo”) è Le rose del deserto, la cui lavorazione si è da poco conclusa in Marocco (nel cast Alessandro Haber, Giorgio Pasotti e Michele Placido). Nel mezzo ci sono alcuni capolavori come I soliti ignoti, La grande guerra, La ragazza con la pistola, Totò e Carolina, I compagni, Romanzo popolare e naturalmente L’armata Brancaleone, il film che chiude quest’anno la programmazione di Narni. Non serve dire molto altro: Monicelli è uomo di poche parole, non gli piacciono i discorsi inutili e ha già lasciato detto che quando se ne andrà, fra svariati decenni, non vuole né funerali di Stato né camere ardenti varie.
MAURO BERARDI (l’8 luglio per L’armata Brancaleone)
La fondazione “Cinema del presente” (quella che ha prodotto, tra l’altro, il film collettivo sul G8 di Genova) e la scoperta di Massimo Troisi (fu al suo fianco fin da Ricomincio da tre) sono i due estremi della personalità di Mauro Berardi, uno dei più coraggiosi e poliedrici produttori del cinema italiano. Romano, classe 1943, Mauro Berardi ha prodotto anche film di Sergio Citti (Casotto, 1977), Roberto Benigni (Il piccolo diavolo, 1988), Giuseppe Ferrara (Il caso Moro, 1986), Francesca Comencini (Carlo Giuliani, ragazzo, 2002). In questi mesi si è lanciato nella produzione di Le rose del deserto di Mario Monicelli, permettendo al regista viareggino di tornare sul set alla verde età di 91 anni.
UGO FANGAREGGI (l’8 luglio per L’armata Brancaleone)
Genovese, classe 1938, Ugo Fangareggi è uno dell’Armata: è Mangoldo, il soldato di ventura tedesco, quello che quando Brancaleone si fa bello delle proprie imprese chiedendo “Conosceste voi lo nome di Groppone da Ficulle?” risponde “Mai coverto”. Quando Monicelli lo arruolò nell’Armata, al fianco di Gassman, Volontè, Salerno, Folco Lulli e del mitico Carlo Pisacane (più noto come Capannelle, ma nell’Armata è l’ebreo Abacuc, “tesoriere della truppa e maestro di mercati”), Ugo aveva 28 anni e una decina di film alle spalle: in particolare Colpo gobbo all’italiana di Lucio Fulci (1962), La parmigiana di Antonio Pietrangeli (1963), La congiuntura di Ettore Scola (1965) e Rita la zanzara di Lina Wertmuller (1966), con la mitica Rita Pavone. Anche grazie al successo di Brancaleone, Fangareggi diventò uno dei caratteristi più amati e riconoscibili del nostro cinema. Fra i numerosi film da lui interpretati ricordiamo almeno un thriller di Dario Argento, Il gatto a nove code (1971), e un altro film-culto di assoluto valore, Ultimo tango a Zagarol (1973), diretto e interpretato da Franco Franchi. Recentemente l’abbiamo rivisto in tv, tra l’altro nelle stagioni 2, 3 e 4 del Maresciallo Rocca.
L'EDIZIONE N.12
di Alberto Crespi
Nella sua XII Edizione, che si svolgerà nel luglio del 2006, il festival di Narni mirerà "in alto": dopo aver onorato, nell'edizione 2005, i cosiddetti "martiri della qualità" (ovvero, i grandi artigiani del cinema popolare, che giravano moltissimi film, incassavano molto denaro e permettevano anche ai grandi autori di realizzare le loro opere), renderemo omaggio ad alcuni dei massimi artisti del nostro cinema. C'è, però, una continuità: tre dei grandi autori che saranno presenti, con un loro film, a Narni 2006 possono essere definiti "super-martiri". Uno, Mario Monicelli, era addirittura un protagonista dell'edizione 2005: stavolta non presenteremo un film sfortunato e censurato come Totò e Carolina, bensì un capolavoro oggi riconosciuto (ma all'epoca snobbato da gran parte della critica) come L'armata Brancaleone. Un altro, Sergio Leone (del quale proietteremo Il buono, il brutto, il cattivo), è stato l'inventore del western italiano, il genere più popolare degli anni '60: e anch'egli è stato, nei primi anni della sua carriera, considerato nulla più che un abile mestierante. Infine Stefano Vanzina, in arte Steno: vecchio complice di Monicelli all’inizio delle rispettive carriere, scopritore di Totò, autore di commedie e di film di genere, anch’egli considerato un “artigiano”… Ma il suo film in costume Le avventure di Giacomo Casanova sarà, per molti, una scoperta. Questo significa una cosa semplice e ancora "scandalosa" nel mondo della critica italiana, e del cinema italiano: artisti come Steno, Leone e Monicelli sono grandi "Autori", con la "A" maiuscola, allo stesso livello degli altri protagonisti del nostro programma. Che rispondono ai nomi, illustrissimi, di Carlo Lizzani (del quale presenteremo La vita agra), Pier Paolo Pasolini (presente con Mamma Roma) ed Ettore Scola (del quale vedremo Una giornata particolare). Il programma di quest’anno è arricchito da due proiezioni indirizzate ai più piccoli (ma non solo a loro!) che permetteranno di riscoprire due gioielli dell’animazione, i primi film di lungometraggio a colori realizzati in Italia, adottando il sistema classico Technicolor: I fratelli Dinamite di Nino e Toni Pagot e La rosa di Bagdad di Anton Gino Domeneghini.
Le vie del cinema: a Narni patrimonio storico-culturale in eredità cinematografica
Nel 1996, con un appello a tutti i comuni d’Italia, Narni denunciò la necessità di tornare a riflettere ed a confrontarsi sulla tutela del patrimonio artistico-culturale; patrimonio inteso, nella sua massima espressione, come risorsa primaria da condividere e valorizzare.
Da allora, un coraggioso e ambizioso progetto vede coinvolto il Comune di Narni nel lavoro di recupero e conservazione del patrimonio filmico e nel restituilo, come ricordo storico, alla memoria collettiva attraverso “Le vie del cinema”. La rassegna di film restaurati che, giunta alla sua XII edizione, ogni anno, con consapevolezza e passione, propone capolavori del cinema italiano che altrimenti sarebbero andati ingiustamente consegnati all’oblio. Tra i restauri più celebri, si ricordano: nel 1997, Ladri di biciclette (Italia 1948) di Vittorio De Sica e La prise du pouvoir par Louis XIV (Francia 1966) di Roberto Rossellini; nel 2005, Sacco e Vanzetti (Italia 1970) di Giuliano Montaldo.
“Mi ritengo soddisfatto e orgoglioso – dichiara il sindaco, Stefano Bigaroni – dei risultati perseguiti e raggiunti; iniziative come queste, propositive, di alto valore morale e di ottimo livello qualitativo, arricchiscono il patrimonio collettivo e dimostrano che investire nella promozione e valorizzazione delle risorse del territorio apporta benefici sia sotto il profilo conoscitivo e divulgativo, sia sotto il profilo economico e sociale”.
I FILM IN PROGRAMMA ALLA 12.MA EDIZIONE DI LE VIE DEL CINEMA
Il buono il brutto il cattivo (1966)
Regia: Sergio Leone; soggetto: Luciano Vincenzoni, Sergio Leone; sceneggiatura: Luciano Vincenzoni, Sergio Leone, Age, Furio Scarpelli; fotografia: Tonino Delli Colli; musiche: Ennio Morricone; scenografia: Carlo Simi; costumi: Carlo Simi; montaggio: Nino Baragli, Eugenio Alabiso; interpreti: Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Aldo Giuffré, Luigi Pistilli, Rada Rassimov, Mario Brega, Eli Wallach; produzione: P.E.A. – Produzioni Europee Associate (Napoli); formato: 35 mm, colore (Techniscope, Technicolor), mono, lunghezza: 4776 m; durata: 174’ 34’’.
Il restauro del film è stato effettuato sulla base dei negativi originari scena “2p” (cioè a due perforazioni, anziché le 4 normali, per fotogramma, sistema noto come Techniscope, inventato per la Technicolor da Giovanni Ventimiglia) e colonna. L’edizione corrisponde a quella originaria del 1966, testimoniata dalla copia d’archivio conservata alla CN. Nel 1969, Leone, per ripresentare il film in censura, allo scopo di ottenere la riduzione del “divieto ai minori” dai 18 ai 14 anni, aveva apprestato una ulteriore edizione, di oltre 500 metri più corta, eliminando dall’originale (fortunatamente, non dal negativo “2p”, ma solo dai duplicati intermedi) una serie di scene o brani. Non abbiamo invece ritenuto opportuno integrare scene tagliate prima dell’uscita in sala nel 1966, e solo in parte conservate dagli aventi diritto. A questa proto-versione del film si riferisce probabilmente il minutaggio di 182’ riportato da Oreste De Fornari nel suo “Tutti i film di Sergio Leone” (Ubulibri, Milano, 1984).
Dopo il confronto fra tutti gli elementi disponibili (oltre ai negativi originari e alla copia già citati, anche un duplicato negativo conservato presso la Alberto Grimaldi Production, partner del progetto di restauro, e una copia positiva dei tagli del 1969, anche questi affidati a titolo di deposito alla Cineteca), è stato stampato presso il laboratorio Studio Cine un interpositivo in formato scope standard. Da questo è stato ricavato il duplicato negativo, mentre un positivo della colonna è stato ritrascritto su nuovo negativo ottico, previo restauro digitale effettuato presso il laboratorio Di Cinecittà. Dai nuovi duplicati negativi, scena e colonna, è stato possibile stampare, con successive, progressive correzioni, sotto la guida di Tonino Delli Colli, le nuove copie positive. Il restauro è stato presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel settembre 2000.
Mamma Roma (1962)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini
Collaborazione ai dialoghi: Sergio Citti.
Direttore della fotografia: Tonino Delli Colli.
Scenografia: Flavio Mogherini. Montaggio: Nino Baragli.
Musica: Antonio Vivaldi (adattato da Carlo Rustichelli).
Produttore: Alfredo Bini.
Interpreti:
Anna Magnani (Mamma Roma), Ettore Garofalo (Ettore),
Franco Citti (Carmine), Silvana Corsini (Bruna), Luisa Loiano (Biancofiore),
Paolo Volponi (il prete), Lamberto Maggiorani (un malato).
Durata: 110' - B/N - Italia 1962.
Il film. "Sullo sfondo di un acquedotto incrostato di casupole e tuguri, questi ruderi alzano le forme sopravvissute: sogni di archi, ricordi di volte, briciole di arcate": così Pasolini descriveva in sceneggiatura uno degli scorci ricorrenti del suo secondo film che, non meno del primo (Accattone), doveva provocare accesi scontri e polemiche. Lo stesso scrittore e regista fu aggredito da un giovane neofascista nell'atrio del cinema romano dove il film veniva proiettato, ma già alla presentazione del film alla Mostra di Venezia, il film era stato oggetto di denuncia, in quanto "Offensivo del comune senso della morale". L'intento di Pasolini era esattamente l'opposto: mostrare a chiunque la tragedia storica, quasi biologica, per la quale ogni sottoproletario che voglia elevarsi al di sopra del proprio mondo, come il figlio della prostituta protagonista, finisca inevitabilmente per distruggersi e incontrare la morte. In una borgata bruciata dal sole, le figure del film si muovono come personaggi di una rappresentazione sacra, come volti e corpi di Giotto e Masaccio.
Nato su suggestione della stessa Magnani, che dopo aver visto Accattone fece sapere al regista di tener molto a lavorare in un film con lui (l'attrice aveva rifiutato qualsiasi sceneggiatura da più di due anni), si apre con la bellissima sequenza della gara delle strofe al matrimonio e quasi si chiude su una scena di passione, col protagonista deposto come in una crocifissione del Mantegna.
Il restauro. Il negativo originale del film era in pessime condizioni e diverse inquadrature erano mancanti. Grazie al Fondo Pasolini, alla Cineteca Nazionale e al magazzino Mediaset, sono state reperite buona parte di esse, mentre quelle andate perdute sono state ricavate dalla stampa di un lavander (copia di protezione del film) dal quale, grazie a ralenti e ingrandimenti, sono stati ricavati i fotogrammi distrutti. Il bisogno di rendere uniformi qualità e luce dei due materiali, ha reso necessario che Vincenzo Verzini - specialista dei restauri in bianco e nero - ottenesse la giusta qualità attraverso una lunga serie di esperimenti di stampe diverse di un vecchio lavander trovato fortunosamente nell’archivio di uno stabilimento. Alla fine di questo procedimento, la pellicola è stata visionata e approvata dal direttore della fotografia, Tonino Delli Colli.
Anche il suono della pellicola è stato oggetto di un accurato restauro: trascritto su un dat, è stato filtrato e migliorato grazie ad appositi software di computer specializzati nel trattamento del sonoro.
La vita agra (1964)-Restauro realizzato in collaborazione con Ripley’s Film
Regia: Carlo Lizzani; sceneggiatura e riduzione cinematografica: Sergio Amidei, Luciano Vincenzoni, Carlo Lizzani (soggetto tratto dal romanzo La vita agra di Luciano Bianciardi); fotografia: Erico Menczer; musiche: Piero Piccioni; scenografia e ambientazione: Enrico Tovaglieri; costumi: Dario Della Corte; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli, Rossana Martini, Giampiero Albertini, Elio Crovetto, Paola Depino, Pippo Starnazza, [non accreditato: Enzo Jannacci]; produzione: E. Nino Krisman per la Film Napoleon (Roma); formato: 35 mm, bianco e nero, mono, 1:1,85 (girato 1:1,66); lunghezza: 2853 m; durata: 104’ 17’’.
Il progetto di restauro è stato intrapreso dalla Cineteca Nazionale nel corso del 2005, con il contributo della Presidenza del Consiglio Comunale di Roma e dell’Associazione I.S.E. – B.A - Friends, ed è stato realizzato a partire dai negativi originari depositati presso il laboratorio Studio Cine, con l’autorizzazione degli aventi diritto, Eredi Marzi e Ripley’s Film, che hanno autorizzato l’accesso ai materiali del film.
Le lavorazioni di restauro dell’immagine si sono svolte, a partire dal negativo scena originale, presso il laboratorio Studio Cine di Roma. Il restauro ha consentito di rimediare a una serie di danni del negativo che ne avrebbero progressivamente compromesso l’integrità.
Particolare attenzione è stata posta nel restauro della colonna sonora, trascritta dal negativo colonna originale presso il Cinefonico di Cinecittà Studios e restaurata in digitale presso il laboratorio Diapason – Lobster Film di Parigi.
Allo scopo di individuare eventuali varianti di edizione, sono stati esaminati i materiali d’archivio conservati presso la Cineteca Nazionale (la cosiddetta “copia di legge” e tre brevissimi tagli di censura) e alcuni materiali d’epoca messi a disposizione dagli aventi diritto. L’analisi dei tagli di censura ha evidenziato solo tre piccoli interventi, con cui sono state accorciate due inquadrature di gambe femminili in pose provocanti ed eliminato un plateale “gesto dell’ombrello” con cui il protagonista (Tognazzi) conclude un’accesa critica sociologica pronunciata tra amici in un bar. Dai confronti effettuati si è appurato, in ogni caso, che i tagli furono apportati uniformemente su tutti gli elementi senza lasciare “testimoni” della versione iniziale
Il lavoro è stato presentato nel novembre 2005 al Cinema Trevi di Roma, sala della Cineteca Nazionale, come evento di chiusura della manifestazione “Tutti per Ugo. Ugo per tutti” dedicata dal Comune di Roma e dalla Cineteca Nazionale ad Ugo Tognazzi a quindici anni dalla sua morte.
I Fratelli Dinamite (1949)
R., sogg., dis.: Nino Pagot. Scenegg.: Attilio Giovannini, Nino Pagot. Dir. Animaz.: Ferdinando Palermo, Toni Pagot. Animaz.: Osvaldo Cavandoli, Luciano Paganini, Osvaldo Piccardo. Fot.: Franz Birtzer, Toni Pagot, Marco Visconti. Mont.: Marco Visconti. Mus.: Giuseppe Piazzi. Canz.: Ferdinando Palermo. Italia, 1949, col., 88’, animaz.
L’amabile zitella Cloe descrive alle amiche, sorseggiando un té, le imprese dei nipotini Din, Don e Dan. Il suo racconto è il filo rosso che lega assieme gli episodi di cui si compone il film. I tre, approdati dopo un naufragio su un’isola deserta, vivono liberi e felici fino a quando sono fortunosamente ritrovati da zia Cloe, che li vuole reinserire a tutti i costi nel mondo civilizzato. Un susseguirsi di gag ambientate nei luoghi più disparati (al cospetto di Belzebù, in un teatro d’opera, durante il carnevale di Venezia), e in cui gli scatenati fratellini hanno modo di mostrare le proprie doti canore e….dinamitarde, si alterna a una inedita colonna sonora costruita sulla falsariga della canzone anni Quaranta e della musica classica.
Dopo 55 anni di assenza torna sul grande schermo, in versione restaurata a cura della Fondazione Cineteca Italiana, I fratelli Dinamite di Nino Pagot, film detentore di un duplice primato: quello di essere il primo lungometraggio animato italiano e anche il primo in Europa girato interamente a colori, in uno smagliante Technicolor. Il restauro in digitale ha richiesto il ricorso alle tecnologie più avanzate: sotto la guida di Marco Pagot, tenendo come modello i disegni originali, è stata ridata brillantezza laddove l’azione del tempo aveva intaccato l’emulsione, e il suono è stato rimasterizzato. Le immagini digitali sono state quindi riportate su pellicola perché il film potesse, ci auguriamo, iniziare una nuova vita nelle sale. Il restauro è stato possibile grazie al contributo di Fondazione Prada, la Biennale di Venezia, Banca Popolare di Milano, Regione Lombardia - Culture, Identità e Autonomie della Lombardia, Direzione Generale Cinema - Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Nino Pagot
La storia di Nino Pagot (Venezia 1908-Milano 1972) è inscindibile da quella della Pagot Film che, fondata a Milano nel 1946 con il fratello Toni, è stato il primo studio d’animazione italiano a dotarsi di una vera e propria struttura industriale. Dopo aver realizzato un unico lungometraggio, I fratelli Dinamite appunto, i Pagot producono diverse centinaia di cartoni animati per la pubblicità, prima cinematografica e poi televisiva, creando personaggi indimenticabili, alcuni dei quali ebbero un’esistenza autonoma anche al di fuori di Carosello (il pulcino Calimero e il draghetto Grisù ad esempio furono protagonisti di lunghe serie animate per la TV). All’indomani della morte di Nino, la Pagot Film venne sciolta. La casa è stata in seguito rifondata dagli eredi Pagot con il nome di Rever.
La rosa di Bagdad (1949)
Film di animazione. Regia: Antongino Domeneghini; produzione Ima Film (Milano); formato: 35 mm, colore (Technicolor), mono, lunghezza: 2006 m; durata: 73’ 19’’.
Non tutti sanno che questo gioiello dell’animazione è, a tutti gli effetti, in assoluto il primo film di lungometraggio a colori realizzato in Italia, adottando il sistema classico Technicolor; primato che si è soliti invece attribuire al più tardo Totò a colori che, in realtà, è il primo film a colori – ma non in Technicolor - con attori dal vivo.
La ripresa del film di Domeneghini venne effettuata con il sistema “a fotogrammi successivi” - skip frame: variante del sistema Technicolor a tre separazioni, concepita e utilizzata specificamente per il cinema di animazione – riproducendo ciascun fotogramma tre volte, in successione, su un unico negativo bianco e nero, di volta in volta filtrando la ripresa in blu, rosso, verde, così da avere, per ogni singola immagine, la completa gamma dei grigi corrispondenti ai tre colori fondamentali e potere quindi, con un complesso procedimento di stampa a colori per imbibizione, ripercorrere all’inverso il procedimento e restituire nelle copie i colori originari ricomposti.
Caduto in disuso il complesso sistema Technicolor, a vantaggio del più veloce ed economico – ma più deperibile – sistema Eastman, ci si era accontentati finora di ristampe del film effettuate duplicando vecchie copie positive, abbastanza ben conservate nei colori ma assai danneggiate e prive di molti fotogrammi. L’odierno intervento di restauro realizzato dalla Cineteca Nazionale si è basato sui negativi originari, messi a disposizione da Fiorella Domeneghini, figlia e erede di Anton Gino.
Le lavorazioni si sono svolte nel laboratorio della Cineteca Nazionale, a Cinecittà, dove è stata utilizzata la migliore tecnologia oggi disponibile: in assenza delle apparecchiature originarie Technicolor per la stampa a imbibizione, si è proceduto ricomponendo in una stampa ottica, con tre successivi filtraggi inversi, ciascun fotogramma bianco e nero su intermediato positivo colore; da questo è stato stampato un intermediato negativo di altissima qualità e, da questo ultimo, con successive correzioni del tono fotografico, le copie. Questo ha reso possibile ricostituire una edizione fisicamente integra e completa – recuperando fino all’ultimo fotogramma del film – con i colori più prossimi all’originale. Come testimonia Romano Bellucci, uno dei valorosi tecnici che hanno lavorato al restauro, questo è stato possibile grazie anche al fatto che “il negativo originario infiammabile era in eccellenti condizioni, a parte qualche piccolo difetto dovuto all’uso. Naturalmente, si è impiegata una tecnologia di stampa ottica di altissima precisione, per ottenere la perfetta collimazione di ogni fotogramma con il precedente e il successivo in fase di ricomposizione. Come è ormai prassi normale per le lavorazioni della Cineteca Nazionale, l’intermediato positivo ricomposto è stato stampato su pellicola in poliestere, che garantisce oggi la miglior resistenza al tempo e quindi la più lunga durata“.
Le avventure di Giacomo Casanova (1954)
Regia: Steno [Stefano Vanzina]; sceneggiatura: Steno, Emo Bistolfi, Sandro Continenza, Lucio Fulci, Mario Guerra e Carlo Romano; fotografia: Mario Bava; musiche: Angelo Francesco Lavagnino; scenografia: Mario Chiari; costumi: Maria De Matteis; montaggio: Giuliana Attenni; interpreti: Gabriele Ferzetti, Marina Vlady, Corinne Calvet, Nadia Gray, Irene Galter, Mara Lane, Carlo Campanini, Aroldo Tieri, Lia Di Leo, Anna Amendola, Arturo Bragaglia, Ursula Andress; produzione: Dario Sabatello per Orso Film ed Emo Bistolfi per Iris Film (Roma) - C.F.P.C. (Parigi); formato: 35 mm, colore (Eastmancolor), mono, 1:1,37; lunghezza: 2516 m; durata: 88’.
Costruito secondo gli schemi della commedia rosa d’evasione e condito da una vena ironica e umoristica, Le avventure di Giacomo Casanova si distingue anche grazie al brillante contributo di Mario Chiari, per la scenografia, e di Mario Bava, per la fotografia in Eastmancolor. Mettendo l’accento sul libertinaggio del celebre personaggio, l’opera di Steno contiene esplicite allusioni erotiche, considerate scandalose dalla critica cattolica dell’epoca, che ne caldeggia la censura. «Non so più quali soggetti pensare, ormai anche se si trascurano i temi di impegno sociale e politico, non si è affatto sicuri di non incorrere in guai incresciosi come questo». Questa la reazione di Steno, citato da Tatti Sanguineti (Italia taglia, Editori Associati, Ancona-Milano, 1999, p. 151), all’attacco subito dal film: ritirato dalle sale nel marzo 1955 per “offese alla morale, al buon costume, alla decenza”, in seguito alla denuncia di alcuni gruppi dell’Azione Cattolica, la copia viene infatti sequestrata per ordine di Oscar Luigi Scalfaro, da poco nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il 19 aprile 1955, dopo aver perduto quasi 500 metri di pellicola, Le avventure di Giacomo Casanova riottiene finalmente il nulla osta.
Per le lavorazioni, effettuate nel luglio 2005 in collaborazione con la Ripley’s Film, sono stati utilizzati come materiali di partenza il negativo scena Eastmancolor, proveniente dalla Francia, e i materiali conservati negli archivi della Cineteca Nazionale: il positivo colonna mix italiano, una copia positiva b/n e le copie lavoro. In seguito sono stati reintegrati i tagli di censura custoditi anch’essi presso la Cineteca Nazionale.
Il lavoro è stato eseguito completamente con procedimento digital intermediate, presso il laboratorio Digital Filmlab di Copenhagen: tutti imateriali sono stati scannerizzati a 2K su Data Spirit, si è provveduto a ri-montare l’edizione originaria e a effettuare le necessarie correzioni di immagine e colore e, infine, si è ri-registrato il film su intermediato negativo colore, dal quale sono state stampate le copie destinate alla
proiezione.
Per le lavorazioni, effettuate nel luglio 2005 in collaborazione con la Ripley’s Film, sono stati utilizzati come materiali di partenza il negativo scena Eastmancolor, proveniente dalla Francia e i materiali conservati negli archivi della Cineteca Nazionale: il positivo colonna mix italiano, una copia positiva b/n, le copie lavoro.
Gli interventi sono stati eseguiti completamente con procedimento digitale presso il laboratorio Digital Filmlab di Copenaghen: Tutti i materiali sono stati scannerizzati da Spirit/DaVinci a HDSR. Per la posa delle luci si è utilizzato DaVinci /Resolve e per le correzioni dell’immagine Inferno.
Si è provveduto così a rimontare l’edizione originaria con le scene in b/n prese dal positivo e mancanti nel negativo. Sono stati inoltre inseriti i tagli della censura custoditi anch’essi presso la Cineteca Nazionale. Una volta effettuate le necessarie correzioni di immagine e colore, si è ri-registrato il film su intermediato negativo, dal quale sono state stampate le copie destinate alla proiezione.
La colonna è stata restaurata in digitale presso L.E.Diapason-Lobster Films di Parigi.
Il film è stato presentato in anteprima durante la 62° Mostra di Arte Cinematografica nel quadro della rassegna che la Cineteca Nazionale ha dedicato al personaggio di Giacomo Casanova. Per questa occasione sono state preservate e ristampate anche la presentazione originale del film e le prove costumi delle attrici Elly Norden, Giulia Pittaluga, Irene Galter, Linda Sini e Ursula Andress.
Una giornata particolare
di
Ettore Scola
con
Sophia Loren e Marcello Mastroianni
Regia: Ettore Scola
Soggetto e sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola
Collaborazione alla sceneggiatura: Maurizio Costanzo
Musica: Armando Trovajoli
Direttore della fotografia: Pasqualino De Santis
Montaggio: Raimondo Crociani
Aiuto regista: Silvio Ferri
Scenografia e arredamento: Luciano Ricceri
Costumi: Enrico Sabbatini
Direttore di produzione: Giorgio Scotton
Produzione: Carlo Ponti per Compagnia Cinematografica Champion (Roma), Canafox Film (Montreal)
Durata: 105’
Anno: 1977
Interpreti e personaggi: Sophia Loren (Antonietta Tiberi), Marcello Mastroianni (Gabriele), John Vernon (Emanuele, marito di Antonietta), Françoise Berd (portinaia), Nicole Magny (figlia del Cavaliere), Patrizia Basso (Romana), Tiziano de Persio (Arnaldo), Maurizio Di Paoloantonio (Fabio), Antonio Garibaldi (Littorio), Vittorio Guerrieri (Umberto), Alessandra Mussolini (Maria Luisa).
Riconoscimenti
David di Donatello per l’interpretazione a Sophia Loren
Nomination all’Oscar 1978 per Marcello Mastroianni come miglior attore
David di Donatello ad Ettore Scola per la miglior regia
Nomination all’Oscar come miglior film straniero
Golden Globe for best foreign film
César per il miglior film straniero
Nastro d’argento per la miglior sceneggiatura
Nastro d’argento per la musica
Accompagnate dal retorico commento, sullo schermo passano le immagini di repertorio dei Cinegiornali Luce sul viaggio di Adolf Hitler in Italia dal 3 all’8 maggio 1938. Il treno speciale del Führer attraversa il territorio italiano accompagnato da due ali ininterrotte di folla oceanica, in una selva di bandiere italiane e germaniche. Il commento di Guido Notari, voce ufficiale del regime, si compiace di osservare che il popolo italiano “saluta il Führer dal Brennero a Roma con disciplinata compostezza... nella Via dei Fori Imperiali, si svolgerà davanti a Hitler l’imponente parata di tutta la forza bellica italiana. Nessun romano
mancherà allo storico evento, che suggellerà il patto di collaborazione tra due razze create per intendersi”. Su quest’ultima frase un drappo rosso con la svastika e la bandiera italiana con il fascio si dispiegano al balcone di un caseggiato romano in tipico stile littorio. Contestualmente, il bianco e nero iniziale lascia il campo a un colore fortemente filtrato, quasi seppiato, per smorzarne la temperatura che si pone immediatamente come la cifra stilistica del film.
E’ l’alba del 6 maggio, ma le luci si stanno già accendendo in quasi tutti gli appartamenti. E la macchina da presa, con un piano sequenza particolarmente elaborato, ci fa entrare in quello della famiglia Tiberi, dove la madre, Antonietta (Sophia Loren), di cui si intuisce la bellezza dietro una certa rassegnata sciatteria da “madre e moglie esemplare”, prepara la colazione e si adopera, con solerte e stanco automatismo, perché possano uscire per tempo e far bella figura all’adunata, il marito fiero in camicia nera e stivaloni d’ordinanza, e i sei figli nelle impeccabili divise di regime: piccole italiane, balilla, fino al più piccolo, nel cui nome, Littorio, si specchia l’indefettibile fede fascista dei genitori.
Quando tutti sono usciti, confluendo lungo le scale e nel cortile in rivoli sempre più fitti di coinquilini festanti, Antonietta si gode un momento di tranquillità. Lontano dai clamori della piazza, siede sola e malinconica al tavolo da cucina, ingombro di stoviglie sporche, ma la solitudine faticosamente conquistata sembra renderle meno noiosi i lavori domestici, che accompagna cantando “ Mamma solo per te la mia canzone vola”...
Si ferma a sfogliare le pagine di un giornalino a fumetti raccattato da terra, “Nel regno dei Pigmei”... In sottofondo si sente la radiocronaca dello “storico evento”, sovrastata dallo stridulo richiamo di Rosmunda, il merlo indiano che tengono in gabbia. Antonietta si ricorda di pulirgli la gabbietta, ma l’uccello improvvisamente sfugge, infila la finestra aperta e prende il volo posandosi sul davanzale di una finestra di fronte. Nell’appartamento c’è un uomo seduto alla scrivania. Dopo aver provato invano a richiamare la sua attenzione, Antonietta, facendosi coraggio, si rende minimamente presentabile e va a suonare il campanello.
L’uomo nasconde la pistola che ha sul tavolo - come se stesse meditando il suicidio - e va ad aprire. Si chiama Gabriele, è un annunciatore radiofonico dell’EIAR ed è appena stato condannato al confino per la sua omosessualità. Nel caseggiato sono rimasti quasi soltanto loro due. Insieme riprendono il merlo fuggito scambiando quattro chiacchiere: “ Abbiamo sei figli e se arriva il settimo ci danno il premio delle famiglie numerose”, confida Antonietta a Gabriele prima di ritornarsene a casa.
Dalla radio della portinaia si sente la cronaca dello “storico evento”: “Questo popolo potentemente inquadrato, animato spiritualmente, e pronto ad esserlo anche materialmente, agli ordini di un capo dal genio indiscusso. Questo popolo, animato da una virile volontà di pace, può ora offrire al mondo lo spettacolo di serena consapevole fermezza”. Gabriele fischietta “Giovinezza”, poi riceve una telefonata. E’ il suo innamorato. Non ha più voglia di stare da solo, e gli sembra ovvio ricambiare la visita per chiedere un caffè, ma si offre lui di macinarlo. Nel frattempo, Antonietta corre in bagno a farsi un ricciolo sulla fronte e a scambiare le pantofole con un paio di scarpe buone: le è venuta voglia di farsi più attraente. Gabriele sfoglia un album di ritagli con motti mussoliniani: “Una donna non potrà mai essere un genio”, “La donna è la custode del focolare fascista”, e chiede a Antonietta se è d’accordo: Certo! Sono sempre gli uomini che riempiono i libri di storia”.
L’amichevole chiacchierata viene interrotta dalla portinaia, che avverte Antonietta che l’inquilino del sesto piano pare sia antifascista. “ Ma come, una persona così per bene non può essere antifascista!”, risponde indignata. Gabriele, che si era nascosto alla vista dell’impicciona, commenta ironico: “Io non credo che l'inquilino del sesto piano sia antifascista, è il fascismo che ce l’ha con lui”, mentre la radio gli fa da controcanto: “Finalmente la marea umana può vedere da vicino il duce in piedi sulla macchina, e acclamarlo con il più ardente entusiasmo”. L’uomo vorrebbe andarsene, ma poi si offre di accompagnare Antonietta nel terrazzo sul tetto per aiutarla a stendere la biancheria. All’improvviso Antonietta gli butta le braccia al collo stringendosi a lui, ma Gabriele, con aria perplessa, non risponde al suo abbraccio. E con amara ironia le confessa di essere omosessuale: “Io non sono né marito, né padre, né soldato...” “Disfattista, inutile e con tendenze depravate.. Io non sono il maschio che speravi. Sono pederasta, hai capito? Sono frocio. Mi hanno licenziato dalla radio per quello”.
Mentre la radio implacabilmente commenta: “Le grandi manifestazioni collettive sono dirette a mostrare all'ospite la magnifica realtà dell'Italia fascista. Oggi egli vedrà come le nuove generazioni vengono educate sotto il segno del littorio”.
Antonietta, in una delle scene di maggior intensità drammatica del film, si scaglia con violenza contro Gabriele, ma finisce per comprenderne le ragioni. Ognuno fa ritorno al proprio appartamento, ma questa volta è la donna a non voler restare da sola. Vuole scusarsi con Gabriele per il proprio comportamento. E mentre lui le racconta le umiliazioni subite (“Ti obbligano a vergognarti di te stesso, a nasconderti”), lei gli confida i dispiaceri della propria vita coniugale: “Pure io a volte mi sento umiliata, considerata meno di zero. Mio marito con me non parla, ordina, di giorno, di notte. E' da quando eravamo fidanzati che non ridiamo insieme. Lui ride fuori di casa, con le altre”. I due si ritrovano nuovamente abbracciati e questa volta fanno teneramente l’amore, mentre dalla città festante irrompe l’inno delle SS. Giunge il momento del commiato, Gabriele accompagna Antonietta alla porta tenendola per mano.
A sera, finita la parata, la gente del quartiere fa ritorno a casa. Durante la cena, Antonietta ascolta distratta i chiassosi resoconti del marito, mentre il suo sguardo si perde nel vuoto, quasi a rivivere dentro di sé una giornata che anche per la sua storia privata è stata “particolare”.
Dopo aver riordinato la cucina, mentre tutti sono a letto, Antonietta si siede davanti alla finestra a leggere I tre moschettieri. E vede Gabriele abbandonare il caseggiato scortato da due poliziotti in borghese. Spegne le luci, e si avvia rassegnata verso la camera da letto.
ETTORE SCOLA
Nato a Trevico (Avellino).
All’età di quattro anni si trasferisce con la famiglia a Roma, dove ancora oggi vive e lavora.
Alla fine degli anni Quaranta, mentre frequenta senza troppa convinzione l’Università (prima alla Facoltà di Medicina, poi a Giurisprudenza), inizia a pubblicare bozzetti e vignette sul giornale umoristico Marc’Aurelio, fucina di non pochi talenti anche cinematografici. Apprezzato per la sua verve sarcastica e pungente, comincia a lavorare anche per il cinema collaborando come “battutista” o come “gagman” alla bottega di sceneggiatura che fa capo a Marcello Marchesi e Vittorio Metz.
Dopo un lungo apprendistato in cui si fa carico anche dei compiti più umili nei processi di produzione della scrittura filmica, a partire dagli anni Cinquanta firma come co-sceneggiatore alcuni dei copioni più importanti e significativi della commedia italiana del periodo, tra cui Un americano a Roma (1954) di Steno, Accadde al commissariato (1954) di Giorgio Simonelli, Il marito (1957) di Nanni Loy e Anni Ruggenti (1962) di Luigi Zampa. Di particolare rilievo è però soprattutto la sua collaborazione – spesso in coppia con Ruggero Maccari – con registi come Antonio Pietrangeli (per cui firma la sceneggiatura di film come Lo scapolo, 1955; Nata di marzo, 1958; Adua e le compagne, 1960; La parmigiana, 1963; Io la conoscevo bene, 1965, restaurato nel 1999 dall’Associazione Philip Morris Progetto Cinema) e Dino Risi (per cui scrive, tra l’altro, Il mattatore, 1960; Il sorpasso, 1962; La marcia su Roma, 1962; I mostri, 1963; Il gaucho, 1964). Dal primo assorbe la sensibilità e la cura per l’aspetto stilistico e formale della messinscena, oltre che la raffinata capacità di rappresentazione del femminile; dal secondo apprende invece il gusto dell’eccesso e del paradosso nella rappresentazione cinica ma sorridente degli aspetti più “mostruosi” della società italiana negli anni del boom economico.
L’esordio alla regia avviene nel 1964 con il film a episodi Se permettete, parliamo di donne, scritto assieme a Maccari e tagliato su misura per il proteiforme protagonista maschile (Vittorio Gassman): se il titolo sembra alludere al cinema di Pietrangeli, maestro – come si è detto – di ritratti femminili, la struttura narrativa e concettuale si rifà invece al modello de I mostri di Risi. Nello stesso anno, Scola firma anche la regia de La congiuntura, icastico “road movie” all’italiana che riprende alcuni dei temi e delle intuizioni già sperimentate dall’autore nella magistrale sceneggiatura de Il sorpasso.
Nelle successive regie degli anni Sessanta (l’episodio Il vittimista, dal film collettivo Thrilling, 1965; L’arcidiavolo, 1966; Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?, 1968) Scola lavora con originalità sui canoni e i modelli della “commedia italiana”, disegnando di film in film un sapido ed elegante essai sur les moeurs che riesce a mettere a fuoco con graffiante umorismo alcuni degli aspetti più criticabili del costume nazionale.
Con Il commissario Pepe (1969), amarognolo e malinconico ritratto di un commissario di polizia (Ugo Tognazzi) alle prese con i vizi privati e pubbliche virtù dell’ipocrita provincia italiana, il cinema di Scola comincia a spostarsi ai margini della commedia e a diluire i toni
farseschi in una più dolente osservazione delle debolezze umane che si manifestano in un dato contesto socio-culturale, secondo un’attitudine rappresentativa che si ritrova anche nei successivi Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (1970), Permette? Rocco Papaleo (1971) e La più bella serata della mia vita (1972), tratto dal racconto Le panne di Friedrich Durrenmatt.
All’inizio degli anni Settanta Scola partecipa in prima persona all’esperienza del cinema militante, realizzando tra l’altro i documentari Lotta continua a Napoli (16 mm., 1971) e Festa dell’Unità a Roma (16 mm., 1972), oltre a un cortometraggio a favore della campagna per il referendum sul divorzio (1975) e a un film collettivo – girato con Giuseppe Bertolucci, Liliana Cavani e Mario Monicelli – su Le borgate di Pasolini (1976). Il suo lucido e coerente impegno politico trova espressione anche in Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-nam (1973), film-inchiesta sulla condizione degli emigrati meridionali al Nord e sulla loro lotta per l’inserimento nella realtà torinese, girato seguendo l’idea zavattiniana del “giornale cinematografico” che cerca di equilibrare documentario, narrazione e indagine psicologico-esistenziale.
Nel 1974, con C’eravamo tanto amati – restaurato nel 2001 dall’Associazione Philip Morris Progetto Cinema –, Scola si impone come uno degli autori di punta del cinema italiano attraverso un grande affresco generazionale che, intrecciando le vicende di quattro personaggi appartenenti a ceti sociali diversi, ripercorre le tappe della storia d’Italia dalla Liberazione fino alla vigilia dei cosiddetti “anni di piombo”.
Dopo l’incursione nel grottesco Brutti, sporchi e cattivi (1976), dedicata al sottoproletariato delle borgate romane e sorretto da uno sgradevole e straordinario Nino Manfredi, nel 1977 realizza uno dei suoi capolavori con Una giornata particolare, tutto giocato sull’amarissimo ed emozionante incontro fra una donna del popolo (Sophia Loren) e un omosessuale antifascista (Marcello Mastroianni) in un palazzo romano deserto nel giorno della visita di Hitler a Mussolini nel maggio 1938.
I film successivi riprendono, approfondiscono e rinnovano i temi, i fermenti e le soluzioni linguistico-espressive messe a punto negli ultimi tre film citati: la vena sarcastica e grottesca si riaffaccia nelle sue collaborazioni ai film collettivi Signore e signori, buonanotte (1976) e I nuovi mostri (1977); l’unità di luogo e di tempo sperimentata in Una giornata particolare si ripropone in quel feroce ritratto dell’intellettualità progressista romana che è La terrazza (1980), mentre la delicata attenzione alle figure femminili torna con forza nell’inconsueto e coraggioso Passione d’amore (1981), tratto dal romanzo Fosca dello scrittore scapigliato Iginio Ugo Tarchetti e incentrato sulla disperata e commuovente passione di una donna malata e bruttissima (Valeria D’Obici) per un bell’ufficiale della cavalleria sabauda (Bernard Giraudeu) nel Piemonte del 1863.
Negli anni Ottanta lo sguardo di Scola sulla realtà si fa più amaro e disincantato, abbandona quasi del tutto i residui toni da commedia e si misura apertamente con la Storia attraverso grandi e suggestive metafore narrative: così, ad esempio, Il mondo nuovo (1982), ambientato nel 1791, nella notte della fuga di Luigi XVI da Parigi, è un lucido, elegante e problematico omaggio alla Rivoluzione francese; Ballando ballando (1983) ripercorre cinquant’anni di storia francese attraverso i mutamenti di stile, costume e di gusto percepibili all’interno di una balera; Maccheroni (1985) disegna con toni amarognoli la storia dell’amicizia fra un americano e un napoletano conosciutisi negli anni della guerra; La famiglia (1987) – un altro dei suoi capolavori – rievoca ottant’anni di storia – dal 1906 al 1986 – attraverso le vicissitudini di una famiglia romana che abita in un elegante appartamento borghese della capitale; Splendor (1988) offre una malinconica riflessione sul destino del cinema attraverso il racconto corale della vita di una sala cinematografica di provincia; Che ora è (1989) mette a confronto un padre distratto (Marcello Mastroianni) e un figlio scontroso (Massimo Troisi) in un toccante apologo sulla difficoltà di comunicare: infine Il viaggio di Capitan Fracassa (1990), elegante road movie in costume tratto da Gautier, fa del teatro una grande e affascinante metafora del mondo.
Nell’ultimo decennio, dopo un problematico apologo sulla crisi del PCI e la sua trasformazione in PDS vista attraverso gli occhi di tre semplici militanti (Mario, Maria e Mario, 1993), Scola torna ai canoni della commedia dirigendo Alberto Sordi in Il romanzo di un giovane povero (1995), acida parabola sul cinismo contemporaneo, mentre in La cena (1998) applica ancora una volta l’unità di tempo e di luogo per tracciare, attraverso la messinscena di una serata qualunque in trattoria, un sapido affresco corale e crepuscolare dell’Italia degli ultimi anni Novanta.
Nel suo lavoro più recente (Concorrenza sleale, 2001), ambientato a Roma nel 1938, anno della promulgazione delle leggi razziali contro gli ebrei, torna infine a raccontare la Storia da un’ottica quotidiana e privata, mostrando come gli avvenimenti politici cambino la vita delle persone attraverso la vicenda di due commercianti rivali (Sergio Castellitto e Diego Abatantuono) che scoprono di essere legati da un’imprevista solidarietà quando le leggi razziali del regime fascista obbligano uno dei due, ebreo, a chiudere bottega e a lasciare il quartiere.
Nel 2003 Ettore Scola si misura per la prima volta con l’opera lirica, curando la regia di Così fan tutte di Mozart (con la direzione musicale del maestro Rovaris, la scenografia di Luciano Ricceri e i costumi di Odette Nicoletti), che andrà in scena nel mese di aprile al Teatro Regio di Torino.
SOPHIA LOREN
Nata a Pozzuoli, Sofia Scicolone, la cui madre Romilda Villani aveva già tentato la strada dello spettacolo come sosia di Greta Garbo si presenta, appena sedicenne, al concorso per Miss Italia a Salsomaggiore ma, nonostante la sfolgorante bellezza mediterranea, deve accontentarsi del titolo di Miss Eleganza, che le apre tuttavia la strada dei fotoromanzi. La sua eccezionale fotogenia ne fa rapidamente una star di un genere all’epoca molto popolare, mentre il cinema comincia lentamente ad accorgersi di quella giovane comparsa che, dal 1950, fa capolino in film come Totò Tarzan di Mario Mattoli, Luci del varietà di Lattuada e Fellini, Quo vadis di Melvyn Le Roy, alternando il suo vero nome con lo pseudonimo di Sofia Lazzaro. Ma nel volgere di un paio d’anni, passando attraverso piccoli ruoli di contorno per Mattoli (Il padrone del vapore, 1951), Soldati (Il sogno di Zorro, 1952), Comencini (La tratta delle bianche, 1952), si conquista il ruolo della protagonista in Africa sotto i mari di G. Roccardi e in una versione filmata dell’Aida (1953) diretta da Clemente Fracassi, dove recita, doppiata nelle parti cantate dal soprano Renata Tebaldi, con il nuovo pseudonimo di Sophia Loren, consigliatole dal produttore Goffredo Lombardo per assonanza con l’attrice Marta Toren allora all’apice del successo. Alla bellezza, la giovane attrice comincia ad accompagnare un brio ed una spigliatezza che le aprono la strada di film comici come Ci troviamo in galleria di Mauro Bolognini (1953), Un giorno in pretura di Steno (1953), Due notti con Cleopatra e Miseria e nobiltà (1954) di Mario Mattoli dove la troviamo a fianco, rispettivamente, di Alberto Sordi e Totò.
Nel 1954 incontra per la prima volta Marcello Mastroianni sul set di Peccato che sia una canaglia di Blasetti e, contemporaneamente, inizia la collaborazione con quello che diventerà il suo regista per eccellenza, Vittorio De Sica, che la trasforma nell’irresistibile “pizzaiola” de L’oro di Napoli, ma nello stesso anno la troviamo anche nello straordinario “musical all’italiana” di Ettore Giannini Carosello Napoletano.
L’incontro con il produttore Carlo Ponti, destinato a diventare suo marito, imprime un’ulteriore accelerazione alla sua carriera, affidandola alle cure di Mario Soldati che – da un soggetto di Moravia e Flaiano, e con i dialoghi di Giorgio Bassani e Pier Paolo Pasolini – le costruisce addosso in La donna del fiume il ruolo di una donna divisa tra due uomini, che campeggia sulla scena non soltanto per la bellezza quanto per la determinazione e forza d’animo. Nello stesso anno duetta con Franca Valeri per conquistare Raf Vallone ne Il segno di Venere di Dino Risi, poi la ritroviamo in coppia con Mastroianni ne La bella mugnaia di Mario Camerini e in La fortuna di essere donna di Blasetti.
Con il 1957 inizia la sua carriera di star internazionale che la porta a lavorare con i più importanti registi americani e con le più celebri star hollywoodiane: da Alan Ladd, bell’archeologo di cui si innamora nei panni di una pescatrice greca ne Il ragazzo del delfino diretto da uno dei maestri del mélo hollywoodiano Jean Negulesco, a Cary Grant e Frank Sinatra nel feuilleton storico Orgoglio e passione di Stanley Kramer; da John Waynenell’avventura africana di Timbuctù di Henry Hataway, all’Anthony Perkins di Desiderio sotto gli olmi di Delbert Mann (1958); da Anthony Quinn di Orchidea nera (1958) di Martin Ritt al John Gavin di Olympia (1958), di Michael Curtiz.
Per un triennio, Sophia lavora quasi esclusivamente all’estero diventando l’unica attrice italiana che sia davvero riuscita a conquistare un ruolo di rilievo nello star system hollywoodiano, consacrato nel 1958 dall’attenzione di George Cukor, grande regista di personaggi femminili, che le affida la parte di Angela, la scatenata attrice italoamericana che attraversa il west con una compagnia di guitti guidata da Anthony Quinn, e lo sconvolge con il suo torrido temperamento e con la sua prorompente vitalità ne
Il diavolo in calzoncini rosa. Un ruolo brillante è anche quello della
Miliardaria, accanto a Peter Sellers, nella trasposizione cinematografica della pièce di G. B. Shaw diretta da Anthony Asquith. Ma il 1960 è per Sophia Loren soprattutto l’anno del ritorno al cinema italiano e dell’incontro con De Sica, che la conduce all’Oscar grazie al personaggio de
La ciociara, nell’omonima trasposizione cinematografica del romanzo di Alberto Moravia. La collaborazione con De Sica – in realtà iniziata sul set di Blasetti dove il cineasta interpretava il ruolo dell’incallito ladro gentiluomo, padre amorevole della Loren – continua nel 1962 con
La riffa (episodio di
Boccaccio ’70) e
I sequestrati di Altona dall’opera teatrale di Jean-Paul Sartre, e continua fino a
Il viaggio (1974), dove la Loren duetta con Richard Burton in un’accurata versione cinematografica di una novella di Pirandello. In mezzo, tre film di una delle più straordinarie coppie di attori della storia del cinema. Nel primo,
Ieri, oggi, domani (1963), l’attrice si trasforma passando dai panni dimessi di Adelina, contrabbandiera di sigarette costretta a fare un figlio dopo l’altro per rinviare il carcere, a quelli sofisticati di Mara, ricca signora milanese che tradisce il marito con un intellettuale spiantato e saccente per vincere la noia, a quelli, succinti e disinvolti, di Mara, prostituta di buon cuore di cui si innamora un seminarista, intravedendo lo spogliarello che regala al cliente prediletto: Marcello Mastroianni – scena che, per altro, ritornerà identica nella citazione ironica che ne fa Robert Altman i