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MYSLOVITZ, LA POLONIA E' ROCK

di Arnaldo Casali e Agnieszka Florek

 
Forse sono  il più grande gruppo rock del mondo anche se in Italia nessuno li hai mai sentiti nominare.
A undici anni dal debutto i Myslovitz sono oggi la più importante band polacca e si stanno aprendo un varco nella scena rock europea e americana, collezionando fan club in Danimarca, Svezia, Brasile, Irlanda, StatiUniti.

Difficile dare una definizione della loro musica, che ad impostazione fondamentalmente rock unisce sonorità progressive ad un’improvvisazione tipicamente jazz. Nelle loro musiche si ritrovano echi degli U2 come dei Pink Floyd, dei Nirvana come dei Velvet Underground, mentre i testi si nutrono di cinema, letteratura, cronaca, persino saggistica. Basti pensare che il singolo che ha lanciato il nuovo album appena uscito, Happines is easy si chiama “Miec czy byc” (Essere o avere) cita apertamente Eric Fromm, mentre uno dei brani “Gadajance Glowy” riprende il titolo di un film di Krzysztof Kieslowski, e un altro – Kzisce zyce umiera (Il principe della vita muore da solo) è dedicato a George Best.

Artur Rojek (voce), Wojtek Powaga (chitarra), Przemek Myszor (chitarra e tastiere) e i fratelli Jacek  (basso) e Lala Kuderski (batteria) si incontrano – tutti ventenni e studenti universitari - nel 1992, a Myslowice, città cui dedicheranno il nome stesso della band.
Nel 1994 arrivano secondi ad un concorso musicale di Czestochowa. Il premio è la registrazione di un album negli studi di Radio Lodz. L’album di debutto, a sorpresa, si rivela un successo straordinario e i Myslovitz iniziano una scalata  che li porterà a collezionare ogni tipo di premio e a diventare il più celebre gruppo polacco, vincitori di 8 Frederyk (il premio musicale polacco, dedicato a Chopin), e di due premi Mtv.

Nel 2002, con “Korova Milky Bar” – primo album ad essere tradotto anche in inglese – si affacciano nel mercato anglosassone.
 
In realtà non è facile – spiegano - convincere la nostra etichetta discografica ad investire su di noi anche nelle filiali degli altri paesi. Le case discografiche multinazionali preferiscono puntare sugli artisti locali piuttosto che spendere soldi per promuovere un complesso che viene dall’est. Avevamo molta speranza, ad esempio, di poter essere apprezzati in Inghilterra, dove il mercato musicale è veramente molto sviluppato. Ma è rimasta solo una speranza. Ogni volta che siamo andati a fare un concerto in Inghilterra abbiamo sempre trovato poca gente e questo semplicemente perché nessuno ci conosce, nessuno parla di noi. Devo ammettere che questo ha rappresentato una grossa delusione. Adesso la situazione è un po’ è cambiata; quando facciamo concerti viene molta gente, ma questo accade soprattutto dove c’è una numerosa comunità polacca”.
 
Negli altri paesi come è la situazione?
 
Siamo abbastanza conoscuti in Brasile, Stati Uniti, Danimarca, Svezia. In Svezia ci piacerebbe lavorare ancora di più, perché c’è un bel clima a livello musicale. Anche in Francia adesso hanno intenzione di pubblicare i nostri dischi. Abbiamo pubblicato il nostro ultimo album anche in Irlanda, ma qui soprattutto – ancora una volta - per i polacchi. La nostra carriera nell’Ovest è soprattutto il frutto del nostro lavoro in Polonia”.
 
Avete intenzione di promuovere Happiness is easy in Europa?
 
“Sì, anche se ci concentreremo sui paesi dove già abbiamo ottenuto risultati, soprattutto in Francia e in Svezia. Una situazione interessante l’abbiamo trovata poi in Turchia, dove siamo arrivati su invito dell’ambasciata polacca ad Istambul. Vista l’esperienza che avevamo maturato in passato, avevamo un po’ paura che nessuno venisse al concerto. E ci siamo sorpresi a vedere tanta gente, anche turchi che cantavano tutte le nostre canzoni, nella versione inglese, ovviamente. Lì possiamo dire che il mercato musicale in realtà non esiste perché è molto sviluppata la pirateria. Il nostro disco si poteva comprare per strada spendendo pochi centesimi di euro”.
 
Fate tanti concerti?

“Sì, possiamo dire di sì. Lavoriamo tanto. La nostra vita si può paragonare a quella di un camionista!”.
 
Siete stati anche in Italia, vero?
 
Sì, abbiamo suonato a Vigevano e a Milano, aprendo il concerto dei Simple Minds”.
 
Tra le vostre cover c’è anche una canzone scritta da Toto Cutugno: Et si tu n’existais pas, di Joe Dassinet.
 
“E’ una canzone che amiamo molto, perché la ascoltiamo sempre quando viaggiamo. Ma non sapevamo fosse di Toto Cutugno!”

Il cinema è una delle vostre passioni. Potete raccontarci qualcosa della vostra collaborazione con  Jerzy Stuhr?
 
“Da tanto tempo volevamo fare la musica per il cinema. Il nostro contratto prevede che se la nostra azienda (prima la Sony, adesso la Emi) paga le registrazioni in studio automaticamente diventa proprietaria del nostro materiale. Materiale che loro possono proporre poi per la colonna sonora di un film. Noi abbiamo partecipato a molte colonne sonore, ma in gran parte erano circostanze casuali. Abbiamo invece sempre avuto il desiderio di poter scrivere la musica di un film importante, e ad un certo punto abbiamo avuto l’opportunità di realizzare il nostro sogno: è successo quando abbiamo proposto una nostra canzone - “Polowanie na wielbłąda” – a Jerzy Sthur, per il suo film  Duze Zwierze e poi per il successivo Pogoda na jutro”. 
 
E questa volta non vi siete limitati a suonare, ma avete recitato anche come attori. Come è stata quest’esperienza?
 
„Lavorando a Polowanie na wielbłąda, abbimo fatto amicizia con Stuhr. E quando lui ha realizzato Pogoda na jutro ci ha chiamato proponendoci di partecipare alla colonna sonora del film. E’ stata una collaborazione straordinaria. Jerzy Stuhr è un grande attore e un grande uomo. E poi nella vita privata si comporta nello stesso modo in cui vedi nel film, e quando parlavamo con lui non capivamo mai se stesse recitando o no. Davvero, controllavo se per caso ci fosse vicino una cinepresa! E’ un bravissimo attore. E’ molto naturale e spontaneo, e nello stesso tempo nell’interpretazione mette una grande forza e una grandissima energia”.
 
In quel film voi interpretavate un gruppo di fraticelli francescani. Quale è il vostro rapporto con la religione?
 
Io personalmente sono una persona credente e ho fede in Dio.
Nell’ultimo disco ho scritto delle canzoni che sono ispirate all’insegnamento di Giovanni Paolo II. Le parole e i pensieri che ha lasciato il Papa li ho inseriti soprattutto in due canzoni: “Spacer w bokserskich rękawicach” e “Gadające głowy”.
 
Come si concilia l’essere una rockstar e l’essere un cristiano?
 
“Il successo che abbiamo avuto ci ha permesso di non sentirci obbligati a cantare sciocchezze. Grazie a Dio abbiamo il potere di poter dire al mondo qualcosa di importante, qualche forma di saggezza, la verità che noi stessi vediamo e stiamo vivendo. Adesso facciamo tutto per poter mettere nei testi tutte queste cose. Posso dire che, da questo punto di vista, i testi degli ultimi dischi sono diversi da  quelli dei primi. Il testo più serio presente nel nostro primo disco era la canzone “Papierowe skrzydła”, che parla di suicidio”.
 
 

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