GRANDE GROSSO E VERDONE
Intervista collettiva al comico romano
Una notte da rockstar, quella di Carlo Verdone a “Le vie del cinema”, cominciata con un assolo di batteria regalato ai giornalisti all’interno degli studi di registrazione di Jungle Music, e continuata con un bagno di folla da far invidia a Vasco Rossi nel Parco dei pini di Narni scalo, dove ha presentato la versione restaurata di “Bianco rosso e Verdone” e annunciato la realizzazione di un seguito – Grande, grosso e Verdone – dove torneranno alcuni di quei personaggi entrati a far parte dell’immaginario collettivo degli italiani.
Letteralmente assalito da schiere di fan di tutte le età, il celebre attore è stato costretto a fare ricorso all’aiuto delle forze dell’ordine per arrivare fino al palcoscenico, e poi da lì all’automobile con cui si è allontanato, non prima di aver divertito con quasi venti minuti di show una sterminata platea mai vista alla kermesse narnese, con aneddoti, ricordi, curiosità, ma anche le immancabili voci dei suoi celebri personaggi.
“Sono molto legato all’Umbria – esordisce l’attore-regista - Mi piace la sua gente, mi il suo paesaggio, la sua storia, mi piace il suo medioevo, non elegante come quello toscano, ma più rude e forse per questo anche più affascinante. Ho molti amici qui ma, soprattutto, qui ho fatto un film a cui sono molto legato: “Io e mia sorella”, girato a Spoleto. E poi i miei film sono sempre andati tutti bene sia a Perugia che a Terni e anche a Foligno, quindi è una regione con cui c’è un amore reciproco”.
Come sono nati i personaggi di “Bianco, rosso e Verdone”?
“Venivo da “Un sacco bello”, dove avevo proposto tre macchiette: quella del timidone imbranato si era deciso di farla tornare, quello del coatto che va nella Polonia comunista armato di calze di seta e penne a biro, invece, non aveva un futuro, bisognava lasciarlo così. Mi guardai un po’ attorno e pensai che la figura di mio zio Corrado - un uomo pedante e logorroico, simpatico ma abbastanza asfissiante - poteva essere un ottimo esempio, perché il suo Dna era presente in tanti uomini che conoscevo. Un giorno andai al bar sotto casa, in via dei Pettinari, che era il mio punto di osservazione del mondo e osservai un personaggio che parlava esattamente come mio zio Corrado. Un uomo molto elegante, in cravatta e con l’autoradio sotto il braccio, che teneva per mano un bambino. “Saverio il solito cappuccino al vetro” disse, e con il figlio andò verso il banco delle paste. Mi dissi: questo è un personaggio che va esplorato”.
Poi c’è il terzo personaggio: l’emigrante di Matera che non parla mai.
“E’ stata una sfida. Il monologo finale è stato totalmente improvvisato. Io mi ero preparato una traccia: si trattava di un discorso dal senso compiuto, ma che dovevo fare tutto di corsa e con un fortissimo accento. Ho montato dentro di me le varie le fasi e poi ho pregato che non passassero aerei o sirene; poi l’ho fatto tutto di seguito. Fu proprio grazie a quel personaggio che, dopo l’uscita del film, Mario Cecchi Gori mi chiamò e mi fece fare quello che ritengo il film più importante della mia carriera: Borotalco”.
Perché il più importante?
“Perché dopo Un sacco bello e Bianco rosso e Verdone molti critici scrissero: “Verdone adesso ha esaurito i suoi proiettili, cosa farà?”. Secondo me questo lo pensò anche Sergio Leone, tanto che non mi rinnovò nessun contratto. Cecchi Gori invece ebbe fiducia in me e mi diede carta bianca. Ci misi un anno per trovare il soggetto adatto, perché dovevo far capire al pubblico che potevo sostenere un film interpretando me stesso. In quel film ci sono battute rimaste nella memoria del pubblico, come quella del cargo battente bandiera liberiana, ed è da quel film è cominciata davvero la mia carriera di attore e regista”.
E oggi, dopo quasi trent’anni, ha deciso di riproporre quei personaggi. Perché?
“Perché solo nell’ultimo anno mi sono arrivate 1400 richieste di fan che mi chiedono di fare un ultima volta quei caratteri. Mi sono consultato con il produttore – Aurelio De Laurentis – che mi ha detto: falli, raccontandoli come sarebbero oggi. Questo film l’ho consegnato ieri e lo vedremo i primi di marzo. Sarà un macchina da guerra che chiuderà per sempre i miei personaggi e il mio trasformismo. Ma cercherò di farlo bene perché mi voglio divertire e far divertire il mio pubblico”.
Chi ritroveremo in questo nuovo film?
“Ci sarà il timido, che si è sposato tardi e ha due figli, poi ci sarà il logorroico, più sul versante Raniero di “Viaggi di nozze” che sul Furio di “Bianco rosso e Verdone”. E poi ho chiamato Claudia Gerini dicendole: “Tieniti pronta per una grande coppia con un figlio veramente cafone”. Claudia ha risposto ‘aspetto il copione’, martedì lo riceverà e a settembre inizieremo questa nuova avventura”.
Cosa disse Leone quando “Bianco, rosso e Verdone” fu completato?
“Era molto preoccupato, perché alcuni personaggi – come Furio - non li apprezzava. Fece una proiezione della sua sala cinematografica privata, sotto la piscina della sua villa, e invitò Alberto Sordi, Monica Vitti e Paulo Roberto Falcao. Per tutta la durata del film Leone si muoveva in modo nervoso. Alla fine disse: “Vi prego di dirmi la verità su cosa pensate di questo film, perché io non c’ho capito niente”. Allora Sordi mi abbracciò e disse: “quel marito è una cosa favolosa”. Il film poi ebbe molto successo, anche se fu offuscato all’uscita di quel capolavoro di Massimo Troisi che è “Ricomincio da tre”.
C’è un aneddoto sulla lavorazione che ricorda in particolare?
“Bianco rosso e Verdone fu un film tragico per i nostri trigliceridi, perché sora Lella – che faceva mia nonna – all’ora di pausa diceva: non fate portare i cestini; portatemi tre chili di pasta e cucino io per tutti quanti. E sa cosa ci preparava? La carbonara. Ha idea di cosa significhi mettersi a girare un film con un chilo e mezzo di carbonara sullo stomaco? Una tragedia. Siamo ingrassati, e abbiamo avuto tutti problemi di trigliceridi, a cominciare dalla sora Lella che infatti ci ha rimesso le penne per il colesterolo e i trigliceridi. E Sergio Leone veniva sempre più spesso sul set, ma non per vedere il figlioccio artistico che lavorava, veniva per mangiarsi i rigatoni alla pajata e la carbonara e la matriciana che faceva Elena Fabrizi”.
La sua carriera è stata costellata da grandi successi. C’è mai stato un momento di stallo?
“Sì, dopo l’uscita di “C’era un cinese in coma”, che incassò molto meno degli altri: cinque miliardi di lire. Oggi di un film che incassa due milioni di euro si dice che se l’è cavata, ma io ero abituato a ben altre cifre e ci sono rimasto molto male: come se avessi preso una sveglia in faccia. In quel film secondo me ho pagato due cose: una storia molto cinica e anche triste, e anche un momento di stanchezza del pubblico. Perché credo che con “Gallo Cedrone” ho spaccato il pubblico: chi l’ha amato e chi l’ha detestato. Ma quando mi chiedono quale film non vorresti avere nel curriculum io dico che rifarei tutto”.
Cosa ha fatto in quel momento?
“Mi sono detto: o il pubblico si è stancato di me, o il talento sta venendo meno, oppure sono depresso. La verità che è che non ero depresso, e che il talento non va via da un momento all’altro. Ma quello era un film con due personaggi non molto simpatici, anche se di grande verità, tanto che dopo l’uscita del film ho ricevuto le lettere di tanti agenti che mi hanno ringraziato di aver raccontato la loro realtà. Ad ogni modo dopo una settimana di perplessità mi sono detto: c’è una cosa sola da fare per non perdere una battaglia: non partecipare, quindi allontanarsi. Mi sono goduto la casa nuova, i figli, abbiamo fatto dei viaggi meravigliosi, e mi sono completamente goduto quegli anni senza dare testate al muro o prendere gli antidepressivi. Poi ho cominciato a pensare con molta calma a come rientrare, lasciando che passassero in tv i vecchi sketch, così come i film. Per due anni non si è sentito niente di me, e quando mi sono rimesso a lavoro ho pensato che era meglio entrare in punta di piedi, per sondare il terreno; così è venuto fuori “Ma che colpa abbiamo noi”, che è un film corale, non è il migliore, ma sicuramente è molto sincero e con un po’ di poesia. Poi quando ho visto che il pubblico non mi ha abbandonato – fece quasi sette milioni di euro – allora ho ritrovato lo slancio. Da allora non ho più sbagliato un colpo”.
Dunque quale è il segreto del suo successo?
“Ho messo sempre molta sincerità nei miei film, non sono mai stato un geometra. Ho fatto quello che volevo fare cercando però di non tradire il pubblico. E anche “C’era un cinese” e “Gallo Cedrone” sono importanti perché mi hanno fatto provare delle cose che poi magari in futuro saranno sistemate meglio. Non sono gradini presi male, ma dei dazi che bisogna pagare per lo sviluppo di una carriera. Se non avessi affrontato “C’era un cinese” alcune parti che mi sono venute molto bene del “Mio miglior nemico” non le avrei fatte. Quindi ogni cosa serve in qualche modo a preparare quello che viene dopo”.
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