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PERCHE' HO FATTO IL CAIMANO

Intervista collettiva a Nanni Moretti



a cura di Arnaldo Casali


A vent’anni, di norma, l’intellettuale è un militante. Ama le manifestazioni di piazza, ha idee radicali, vuole cambiare le cose. A trent’anni è già integrato nel sistema. Non gli interessa più proclamare ideali, ma far vincere il partito. A quarant’anni diventa critico anche verso i suoi. A cinquanta è uno snob: quando anche politicamente è rimasto ancora dalla stessa parte, ha superato - se non rinnegato - le ideologie. E’ feroce con i militanti e guarda con tenerezza alla sua ingenua gioventù.
 
Il percorso politico di Nanni Moretti, è stato esattamente all’inverso: a vent’anni, con Ecce Bombo raccontava una gioventù radical-chic, disillusa e fondamentalmente annoiata. Era il ‘77 e Lotta Continua lo detestava.
A trenta era considerato la coscienza critica della sinistra. Con Palombella rossa rifletteva sul ruolo e l’identità dei comunisti, profetizzò la fine del Pci e la nascita dei Ds.
 
A quarant’anni, Nanni Moretti diventa un regista di parte. Si getta a capofitto nella politica attiva, arriva a dedicare un film - Aprile - alla vittoria dell’Ulivo alle elezioni del 1996.
 
A cinquanta, dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 2001 diventa un capopopolo. Si inventa i girotondi, diviene il principale punto di riferimento della sinistra radicale. Scende in piazza, tiene comizi, si mette a praticare il volantinaggio. E gira un film sul premier proprio alla vigilia delle elezioni.
 
Se il militante-Moretti ha vissuto questa evoluzione al rovescio, il cineasta, invece, si è sempre mantenuto fedele a sé stesso; e a ventiquattro anni dai dibattiti immortalati in Sogni d’oro, Nanni non ha smesso di divertirsi a confrontarsi con il pubblico e a rispondere alle numerose domande della platea alla fine del film. Noi lo abbiamo incontrato al cinema Politeama di Terni, alla vigilia della sua partecipazione a Cannes.
 
“Il Caimano” rappresenta per certi versi un’analisi sociologica dell’Italia di oggi. Ti riconosci nella definizione di ‘sociologo del cinema’?
 
“No, per niente. Il mio è  un prodotto cinematografico. Ho faticato molto per curare tutti i materiali di cui è composto il film. E’ un po’ riduttivo chiamarlo prodotto sociologico”
 
E’ comunque un film che nasce dalla riflessione su come è cambiata l’Italia in questi ultimi anni. Ti sei posto questa riflessione?
 
“Quando scrivo e giro un film sono interessato a raccontare la storia dei personaggi, in mi ritrovo sempre. Nel Caimano io sono io sono Bruno, sono Teresa, sono Paola. Quando poi i film sono usciti spesso sono stati considerati rappresentativi della mia generazione. Ma io quei film non li avevo fatti con quest’intenzione. Non avevo la presunzione che i personaggi da me inventati fossero rappresentativi di un’intera generazione. Quando incontro il pubblico, però, scopro che in molti ci si sono riconosciuti. Ho avuto la fortuna di incontrare gli altri partendo da me, ma non ho mai avuto la presunzione di creare dei personaggi “tipici”. Quando ho fatto Ecce Bombo sapevo che quella protagonista del film era una porzione di umanità molto limitata. Era gente di Roma, anzi di Roma nord, anzi del quartiere Vittorie, anzi di piazza Marini. Erano giovani di estrema sinistra, stanchi di fare politica e che avevano costituito un gruppo di autocoscienza maschile. E pensa che ce ne erano pochi di gruppi di autocoscienza femminili, figurati maschili. Insomma avevo pensato di fare un film per pochi, e poi ho scoperto di aver fatto un film per tutti.
Ecce Bombo è stato girato nel ’77 ed è uscito nei giorni del sequestro Moro; era un periodo in cui c’erano giovani che avevano fatto scelte molto diverse da quelli del mio film, ma ho scoperto che quel film aveva raggiunto persone lontanissime da me, per età e per idee politiche. E oggi magari quel film rappresenta una certa epoca, una certa generazione. Ma non era quello il mio intento”.
 
Ti sei mai domandato se dedicandogli un film, non hai – forse – realizzato uno dei sogni di Berlusconi?
 
“Certo non questo film. No, francamente non penso fosse il suo sogno. Anche perché in questo film torna sempre il grosso punto interrogativo sull’origine delle sue fortune. Si parla della guardia di finanza che scopre i fondi neri, si parla degli spalloni, dell’aggressività dei confronti della Magistratura, e di altre cose di cui non penso che a Berlusconi faccia piacere che si parli”.
 
Pochi giorni prima dell’uscita del film in Italia, Liberation ha pubblicato un’intervista in cui tu invitavi gli italiani a reagire...
 
“Io non ho rilasciato nessuna intervista a Liberation. Anche perché ho cominciato a parlare con i giornali francesi solo in occasione del festival di Cannes. Dunque cercherò di interpretare quello che non ho detto. Devo dire che spesso mi ritrovo anche in cose che non ho mai detto. In questo caso no, e quindi cercherò di prenderla un po’ di lato, quest’affermazione. Io penso che uno dei nostri più grandi problemi sia l’assuefazione. Ci sono ragazzi di vent’anni che sono cresciuti vedendo che una persona da sola possedeva metà delle reti televisive italiane e adesso pensano che questa sia una cosa normale. Ma non è normale. Non è mai successo, in nessuna democrazia, nemmeno nei tanto idealizzati Usa, dove ci si dimette per un millesimo di quello che ha fatto Berlusconi. Ancor meno normale è il fatto che questa persona faccia politica. Inaccettabile in una democrazia. Per i più giovani può essere normale. Ma noi, noi che non abbiamo vent’anni, noi ci siamo assuefatti. Non è normale che negli ultimi 12 anni si siano fatte 4 elezioni che per quattro volte ci sia stato uno dei due candidati premier che ha partecipato con questo incredibile vantaggio. E allora, forse, sarebbe bene ricordarlo. Allora penso che uno dei compiti del cinema – oltre che quello di sorprendere (ed è per questo che interpreto Berlusconi, per fare una sorpresa al pubblico) – sia anche quello di raccontare una realtà che non riusciamo a vedere, o come in questo caso, non riusciamo più a vedere. Per questo ho inserito tra i personaggi quello del produttore polacco, che può sembrare un po’ antipatico, ma l’ho voluto perché lui ha la lucidità che noi non abbiamo più, proprio perché siamo abitati. La televisione sarebbe un mezzo straordinario, ma ha delle enormi responsabilità, perché è riuscita a renderci ovattati, persino simpatici, personaggi violenti, mediocri, volgari. Persone che se non ci arrivassero attraverso un mezzo che ci rende così passivi, ma li incontrassimo nella vita reale non gli daremmo alcun credito. Li faremmo parlare per cinque minuti e basta. Questi personaggi volgari e mediocri la televisione ce li ha resi simpatici, ovattandoli. L’assuefazione penso che sia uno dei nostri problemi più grandi, insieme alla mancanza di memoria”.
 
Il Caimano è strutturato su tre piani, quasi fossero tre film in uno: un film che parla di un produttore che cerca di fare un film, uno che parla di una famiglia che si divide, e un altro che parla di Berlusconi.
 
“E’ vero, e poi ci sono tanti altri film immaginari, che forse, chissà un giorno potrei anche fare, e di cui mi sono divertito a creare titoli e locandine, film come Mocassini Assassini e Cataratte... ho anche allestito il set di un film su Cristoforo Colombo, con tanto di caravella a grandezza naturale che poi, purtroppo, abbiamo dovuto distruggere perché non sapevamo dove metterla.
Per quanto riguarda il film sul Caimano, ho cercato di entrare nell’ottica di una ragazza che vuole ricordare le tappe fondamentali della storia di Berlusconi degli ultimi trent’anni. Quindi ho fatto uno sforzo di immedesimazione: come sono entrato nel modo di fare cinema di Bruno, ma sono anche entrato nella sua testa, per capire come possa immaginare la sceneggiatura, quando la legge. In realtà, alla fine il progetto cambia, e Teresa gira solo una giornata della vita del Caimano. Nel finale il film di Teresa e il mio si sovrappongono fino a coincidere. C’è un momento esatto, nel film, in cui questo avviene: quando Teresa grida “azione”. E non è un caso, che in quel momento entro in scena io”.
 
Perché hai deciso di fare interpretare Berlusconi a ben tre attori?
 
“In realtà sono quattro, perché c’è anche il Berlusconi vero, che è il migliore e inimitabile. Beh, la prima fase del film riguarda la sceneggiatura, e di come i protagonisti se la immaginano. In quella fase volevo un personaggio che ricordasse subito il modello, perché voglio che lo spettatore capisca che il film parla di Berlusconi prima ancora del protagonista. Per questo ho scelto Elio De Capitani, milanese come Berlusconi e al quale somiglia molto. Poi c’è la fase di produzione, nel corso del quale il Caimano è interpretato dall’attore Marco Pulici, a sua volta interpretato da Michele Placido. E alla fine ci sono io”.
 
In realtà il produttore che fa il film sul Caimano, lo fa solo per passione per il cinema e per soldi, non per idee  politiche.
 
“Sì, il protagonista è un uomo di destra, che Berlusconi l’ha pure votato, e non gli ho voluto far fare un percorso ideologico, una presa di coscienza politica, una virata a 180° nel corso del film. Bruno è incuriosito dal progetto, vuol fare questo film a tutti i costi,e cerca di coinvolgere anche la moglie. Perché? Perché sono dieci anni che non lavora, e non vede l’ora di fare un film”.
 
Il primo attore a cui produttore e regista si rivolgono, nel film, sei proprio tu. Nanni Moretti.
 
“Perché probabilmente, per la mia storia, pensano che potrei essere il più interessato al progetto e che magari dico di sì a scatola chiusa. Invece io dico subito di no, a scatola chiusa! Poi entra in gioco anche il produttore polacco, e così si rivolgono a Michele Placido. Ho scelto lui perché volevo una faccia conosciuta, anche più conosciuta della mia, un attore molto famoso, anche all’estero, che può attrarre un produttore straniero come Sturowski”.
 
Perché hai scelto, alla fine, di interpretare proprio tu Silvio Berlusconi?
 
“Perché  - sempre a proposito di assuefazione - penso che quelle parole pronunciate da Berlusconi, così dure, aggressive dette da lui o dai suoi imitatori, non facciano più impressione. Eppure non sono parole normali. Tre anni fa il capo del governo fece un proclama contro la magistratura. Come quasi sempre gli accade, senza contraddittorio politico o giornalistico.  Registrò la videocassetta a casa sua e la inviò alle tutte le reti televisive che la mandarono in onda integralmente.Uno degli atti più gravi, secondo me, che un capo del governo abbia compiuto in sessant’anni di democrazia.  La gravità di quel gesto fu sottovalutato da tutti. Ecco, testualmente quelle parole io le ho riprese dopo la condanna, sulla scalinata di Palazzo di Giustizia.
Volevo restituire al pubblico il peso e la gravità di quelle parole. Pensavo che se queste parole fossero state pronunciate da una persona molto distante da lui avrebbero avuto più peso”.
 
Molti pensavano che avessi esagerato, nel finale. Invece, poi la realtà ha superato la fantasia.
 
“Quello che è successo nei quindici giorni dopo le votazioni è una cosa gravissima, perché resta nella testa della gente. Il candidato premier sconfitto per quindici giorni non ha riconosciuto i risultati del voto, una cosa sottovalutata da tutti nel silenzio dei suoi alleati. Che, pure, io mi ostino a credere che abbiano più senso dello Stato di lui, ma che nei momenti più  importanti si nascondono.
Berlusconi ha fatto sentire il suo elettorato non sconfitto – anche se di pochissimo, di quasi niente e sfortunatamente – ma derubato. E questa è una cosa gravissima perché resta nella testa, nei sentimenti, nella rabbia, nelle frustrazioni delle persone per anni. Non si è mai visto uno che mina alle basi un fatto vitale della democrazia come le elezioni. Anche il discorso al tribunale di Milano sui gioielli mi ha impressionato molto. Questo è un uomo che vuole sedurre o comprare tutti. E chi non riesce a sedurre o comprare, lo insulta”.
 
Jannuzzi ha affermato che Provenzano è il folklore, Dell’Utri la mente. Nel tuo film ci si interroga sulla provenienza dei soldi del Caimano. Su questo ha scritto molto Marco Travaglio, eppure la cronaca questo dato lo ha abbandonato completamente. Come mai?
 
“Certe cose non le ha dette solo Marco Travaglio, ma anche un tecnico incaricato dalla Banca d’Italia di cercare di capire la provenienza dei soldi di Berlusconi. Ebbene, ad un certo punto questi soldi si smarrivano, non si capiva la provenienza e resta un grande punto interrogativo. Perché  non se ne parla? Perché “non bisogna demonizzare l’avversario”, non bisogna esasperare i toni”, “non bisogna spaventare i moderati”, “non bisogna commentare le sentenze”. Questi sono gli slogan dietro cui si è adagiato il centro sinistra in questi anni. Allo stesso modo, in cinque anni in cui ha governato, la sinistra – per non inferire –  non ha fatto una legge sul conflitto di interessi. Anche questo resta un enorme punto interrogativo sul nostro passato recente”.
 
Nel film dici che Berlusconi ha vinto davvero vent’anni fa, con le sue televisioni che ci hanno cambiato la testa.
 
“Nella mia prima ‘apparizione’ del film faccio lo scemo ma – recitando sopra le righe – dico anche delle cose in cui credo. Dico che Berlusconi ha già vinto E’ vero, perché ci ha cambiato la testa. Ma in realtà non voglio dare questo potere e questa capacità ad una persona sola, anche perché il fenomeno Berlusconi prima negli anni ’80 come fenomeno culturale, di costume, poi negli anni ’90 come fenomeno politico, non è arrivato da solo, è piombato in un’Italia che era terreno fertile. Il fenomeno Berlusconi è piombato in un paese in buona parte con poco senso civico, con poco senso dello stato, in grandissima parte insofferente alle regole, che considerava le tasse come un insopportabile fastidio o condanna; un paese fatto in parte di individui che faticavano a sentirsi all’interno della comunità”.
 
In quella scena dici anche che è sempre il momento per fare una commedia...
 
“Nei miei film ho sempre trovato il tempo per ridere: di me, del mio ambiente, della sinistra. Non vuole essere un atto di accusa”.
 
Però è significativo il fatto che il film sul Caimano venga girato da una ragazzina senza esperienza.
 
“E’ come se Teresa si chiedesse: ma perché tocca proprio a me? Ma questo film non lo dovevano fare registi più esperti, più anziani, con più potere di me? E come se Teresa dicesse: dovrebbero farlo gli altri, non lo fa nessuno, e allora lo faccio io, perché è un film necessario”.
 
E perché non l’hanno fatto?
 
“Quando qualcuno chiede ai registi italiani perché non fanno film su Berlusconi, rispondono che il film su Berlusconi già c’è, ed è Quarto potere di Orson Wells. Sì, solo che Quarto Potere è stato fatto 60 anni fa!
In una scena del film Teresa dice che negli Stati Uniti si fanno film in continuazione sui presidenti - e il presidente degli Stati Uniti è l’uomo più potente del mondo - e di tutti i generi. Quando c’era Clinton ironizzavano sulla sua erotomania, Clint Eastwood ha fatto un film bellissimo, chiamato Potrere assoluto, dove il presidente uccide la  sua amante. Qui in Italia, invece, tutti gridano allo scandalo se fai un film su Berlusconi. Con questo film io ho anche avuto recensioni preventive, scritte quando sapeva ancora di cosa il film parlasse”.
 
In Italia c’è troppa censura?
 
“Secondo me c’è anche autocensura. Su Berlusconi ultimamente sono usciti dei libri, dei documentari – come Quando c’era Silvio e Viva Zapatero! - ma nessun film. Tutte queste opere che hanno affrontato l’argomento sono uscite poi, come si dice, in “Zona Cesarini”, Negli ultimi minuti di quella partita, di quell’era Berlusconi che molti, come me, sia augurano conclusa. E’ come se scrittori, giornalisti, registi, si fossero detti: ma è possibile che con il mio lavoro di regista non ho raccontato questi anni così particolari? Così sono stati fatti diversi lavori su diversi mezzi espressivi”.
 
Ma perché al cinema nessuno più osa? Non si fanno i film politici?
 
“A me, come spettatore, non interessa il cinema politico, mi interessa bel cinema. Perché non ci sono più i film politici?
Il primo motivo, forse, è perché la larga parte dei finanziamenti, oggi, vengono dalla televisione. Il 20-30 anche 50% del costo di un film deriva dal preacquisto dei diritti televisivi o da una coproduzione da parte di Rai o Mediaset. Personalmente, sin dal primo film ho sempre avuto un aiuto dalla Rai. Questa volta non l’ho chiesto, perché non mi andava e non ho chiesto nemmeno dei finanziamenti allo Stato. Probabilmente ad una rete televisiva non interessano questi argomenti. Poi c’è anche, come dicevo prima, una forma di autocensura, perché autori, registi, sceneggiatori, si censurano preventivamente probabilmente perché pensano di non poter trovare finanziamenti o perché al pubblico certi argomenti non interessano. E poi forse perché certi personaggi della politica italiana e certe situazioni sono così esasperati che la fantasia veramente fa fatica a stargli dietro e a raccontare qualcosa di più particolare e più  interessante”.
 
Teresa, politicamente, è un po’ uno stereotipo della giovane militante di sinistra. Cosa risponde, oggi, la sinistra, ai giovani, secondo te?
 
“Due giorni fa, in televisione, c’erano due dirigenti, uno di sinistra e uno di destra. Quello di destra ha detto: “l’ha sinistra ha tutto: Comuni, Regioni, Camere, Senato. Penso che almeno la presidenza della Repubblica spetti alla destra”, e poi citava i sondaggi. Beh, dall’altra parte nessuno gli ha risposto: “A Neno! Ma guarda che ci sono state le elezioni, e anche se per lo 0,01% c’è una maggioranza, e tu sei nella minoranza!”.
 
Teresa ha più o meno l’età che avevi tu quando hai fatto i primi film. Ma è molto insicura.  Di te, invece, Glauco Mauri dice che ti sentivi insieme Bartali, la Madonna e Fellini.
 
“Quando io avevo l’età di Teresa ero molto più determinato e sicuro di oggi. Quando facevo i miei filmini in super 8 ero un carro armato. Oggi mi vergogno molto di più sul set”.
 
Quattro anni fa per un periodo hai lasciato perdere il lavoro di regista e iniziato un’avventura politica...
 
“Un’avventura che sapevo avrebbe avuto un termine, perché non volevo cambiare mestiere. Ma l’ho fatto perché mi sembrava il momento di non limitarmi al lamento ma agire in prima persona ed di evitare il vittimismo. Il vittimismo oggi è uno degli sport più praticati da scrittori, giornalisti e artisti”.
 
Il Caimano parla anche della crisi della coppia.
 
“Non sono voluto entrare nei dettagli della storia, del perché questa coppia di separa. Forse lei è più leale, più determinata. Noi uomini tendiamo a prendere tempo. Prendiamo atto sempre in ritardo della crisi della coppia”.
 
Cosa puoi dirmi del tuo rapporto con Jerzy Sthur? Nel suo ultimo film da regista, Pogoda na jutro, finisce esattamente come comincia La stanza del figlio, e ci sono altre assonanze.
 
“Non ho visto questo film, e sono molto curioso di vederlo. Comunque credo che tu conosca meglio di me la filmografia di Stuhr. Io non so nemmeno quanti film abbia fatto da regista; in Italia ne sono usciti solo due: Storie d’amore e Sette giorni nella vita di un uomo: noi li abbiamo proiettati entrambi al Nuovo Sacher. Il primo è andato bene, il secondo male. In entrambi lui è anche protagonista. Nel Caimano ha un ruolo fondamentale. Di solito quando faccio un film non scelgo solo ottimi professionisti, ma anche gente con cui mi piacerebbe lavorare. E con Stuhr avevo voglia di lavorare, anche perché è una persona molto piacevole. Ho scelto di inserire nel film un produttore polacco perché volevo Stuhr, non perché volessi parlare della Polonia”.
 
Nel Caimano ironizzi anche sulle gelaterie.
 
“C’è una gelateria famosa a Roma dalla fama meritatissima con cui combatto da tre anni, molto rigida. Sono anni che cerco di farmi mettere la panna sotto e sopra il gelato, ma non c’è verso. Ci sono tre sedi e io ho provato sia in quella centrale e i proprietari mi hanno detto di no. Così ho provato nelle sedi periferiche. Il problema è che fanno una specie di scuola quadri – un po’ come faceva il Pci alle Frattocchie, ai Castelli – quindi anche i dipendenti delle sedi periferiche hanno ricevuto ordini precisi in merito. Ho provato a dirgli: mi dà meringa alla nocciola, gentile, crema, zenzero, cannella  e panna, però la panna non solo sopra, anche sotto? Non c’è stato niente da fare; e poi mi danno una risposta che sfida qualsiasi legge della fisica. Dicono che non si può perché se mettono la panna sotto e poi i gusti del gelato, la paletta tira su sia il gelato che la panna. E’ insensato, ma da anni mi viene detto questo. Sono inflessibili”.
 
Questo è forse il primo film in cui tu, anziché creare un personaggio a tua immagine e somiglianza, hai compiuto uno sforzo di identificazione in un personaggio lontano da te e che, non a caso, non sei tu ad interpretare...
 
 “Senza forse, è proprio la prima volta!”
 
Bruno è un uomo di cinema, ma è di destra e faceva film trash. Eppure tu semini una serie di indizi per farci capire che anche in questo caso si tratta di un personaggio autobiografico, soprattutto nel rapporto con il figlio, che si chiama Andrea come in tutti i tuoi film, ed è nato nel 1996, come tuo figlio Pietro.
 
“Sì, è così. Pietro compare anche nel film, nella scena della partita di calcetto, squadra giallorosa. Beh, ci sono molti elementi autobiografici. Per esempio è vero che seguo con grande attenzione le partite di calcetto di mio figlio, anche se non rompo così le scatole al mister. Però è vero che tutti noi genitori siamo sempre convinti che la squadra avversaria freghi inserendo ragazzi più grandi, del 1994 o 1995”.
 
Hai vissuto anche le risse tra i genitori tifosi?
 
“No, per fortuna no. D’altra parte queste sono cose che credo avvengano con i ragazzi più grandi. Comunque, sì, ci sono vicende che conosco bene, nel film. Per esempio c’è la ricerca del pezzo di lego che manca. La gente lo ha interpretato in mille modi diversi, c’è chi mi ha detto: “è il pezzo di storia che manca all’Italia”. In realtà è semplicemente una scena che ho vissuto in famiglia. Io cerco sempre di parlare di esperienze che ho vissuto, per dare verità alla storia che racconto. Tra l’altro la gente mi chiedeva dove ho trovato il lego, perché viene già  considerato un pezzo di “modernariato”. In realtà il lego lo trovate ancora in qualsiasi negozio di giocattoli!”.
 
Continui a fare tantissimi ciak per ogni scena?
 
“Sì, tendo a farne parecchi. Nella scena in cui Orlando è con Stuhr in piscina e vedete che annaspa... beh, non è l’interpretazione, è che eravamo al 20° ciak! Poi alcune scene, per forza di cose, le puoi fare poche volte. La demolizione degli studios l’ho fatta una volta sola, con tre macchine da presa. La valigia che sfonda il soffitto anche.
E anche la scena in cui il bambino distrugge l’astronave l’abbiamo fatta solo due volte, visto che per costruire l’astronave con i lego ci volevano quattro-cinque ore!”
 
Che film vedi con tuo figlio?
 
“Il mio ruolo, in famiglia, è di addetto al cinema trash. I film seri, Pietro, li vede con sua madre, la mia ex moglie. Questo mi ha permesso di vedere tanti film bellissimi che da solo non sarei mai andato a vedere, in particolare cartoni animati,come Gli Incredibili, Mulan, Galline in fuga, e recentemente l’Era glaciale”.
 
Nel film i bambini guardano La città incantata. Questo non è molto realistico.
 
“Si fanno film non solo per raccontare la realtà così com’è, ma anche come la vorremmo. Si fanno film per immaginare una realtà che ci piace”.
 
Alla fine, Teresa, il film sul Caimano lo fa?
 
“Io sono riuscito a farlo, Teresa, forse non ce l’avrebbe fatta. Io sono un regista molto fortunato, che con i suoi film ha avuto in discreto successo. Ho sempre avuto un rapporto privilegiato con la Francia, che ha coprodotto tutti i miei film, compreso questo. E poi la critica è stata generosa con me. Beh, finché dura... mio padre diceva sempre così. Lui era professore di epigrafia greca, e non si spiegava come io, che non capivo niente di greco, continuavo ad essere promosso. In prima liceo fui bocciato...”
 
Pensi che Il Caimano rappresenti la realtà italiana di oggi?
 
“Non so se rappresenti la realtà, sicuramente rappresenta il mio sentimento nei confronti della realtà. Non so se sia rappresentativo, ma io volevo raccontare quella sensazione lì. Senz’altro c’è un paese in costruzione, al lavoro”.
 
Come mai sei andato da Fiorello?
 
“In realtà ho camuffato la voce e ho cercato di evitare testimoni, così potevo dire che non ero veramente io! Scherzi a parte, è una persona che ti mette a tuo agio Comunque in radio si sta bene. Sono stato anche in un altro programma, di notte. Dovevo restare mezz’ora, alla fine siamo stati due ore. Perché si stava bene”.
 
Sei stato anche in televisione, dopo tanti anni.
 
“Ma sia in radio che in televisione ho scelto di andare solo in programmi di persone che conoscevo, e con cui sapevo di sentirmi a mio agio, da Fazio, dalla Dandini. Da Ferrara, per esempio, non ci sono andato”.
 
Nemmeno da Vespa
 
“Vespa non mi ha mai invitato, e non credo che lo farà mai!.
 

(versione integrale dell'intervista pubblicata su Adesso n.38 - ottobre 2006)
 

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