"E DOPO IL CAIMANO FACCIO IL GIROTONDO"
Intervista a Jerzy Stuhr
di Arnaldo Casali
Nel 1979 aveva diviso la scena con Krzysztof Zanussi in “Cineamatore” di Kieslowski, dove interpretava un aspirante regista che riusciva ad arrivare al cospetto del maestro del cinema polacco.
Ventotto anni dopo è stato proprio lui a consegnare a Zanussi il premio “Cielo e Terra” alla carriera a conclusione della seconda edizione del filmfestival popoli e religioni.
Autentico gigante del cinema e del teatro polacco, Jerzy Stuhr - sessant’anni compiuti ad aprile e una carriera trentennale alle spalle – ha lavorato con tutti i più grandi artisti del suo paese, da Adrzej Wajda ad Agnieszka Holland, fino a Krzysztof Kieslowski, di cui è stato prima l’attore prediletto e poi l’erede artistico. A suo agio tanto in ruoli drammatici quanto in quelli comici, Stuhr è stato anche il protagonista di alcuni dei più grandi successi commerciali del cinema polacco, da Seksmisja a Kiler passando per Shrek, dove ha dato la voce al ciuchino. In Italia ha dato vita allo straordinario personaggio del produttore polacco (chiamato ironicamente Jerzy Sturovski) nel “Caimano” di Nanni Moretti. Con Krzysztof Zanussi ha fatto “solo” quattro film, ma senza dubbio tra i più importanti e significativi del regista di Varsavia: Da un paese lontano” nel 1981, L’anno del sole quieto, Leone d’oro nel 1984, Persona non grata del 2006 e Vita per vita – Massimiliano Kolbe, uscito nel 1991, dove interpreta un monsignore tedesco imitando l’accento di Ratzinger.
“Ho iniziato come comico – racconta - facendo il cabaret. Poi è arrivato il teatro. Ho recitato molto anche in Italia, con Giovanni Pampiglione. Poi nel 1975 è iniziata la mia lunga storia come attore di cinema, con il primo film di Krzysztof Kieslowski, che si chiamava La cicatrice, che ha rappresentato il mio e anche il suo debutto cinematografico. Con Kieslowski, da allora, abbiamo condiviso molte altre esperienze, fino a Film Bianco, che è stato il nostro ultimo lavoro insieme”.
Nel 1994, dopo vent’anni di carriera come attore, ha deciso di passare dietro la macchina da presa. Perché?
“Perché la responsabilità di un attore in un’opera cinematografica è parziale. E’ quasi una contraddizione mostrare il proprio volto, il proprio temperamento, ma non essere responsabile delle parole che dici nello schermo. Sei l’esecutore dell’idea di un altro. Questa voglia di assumermi la responsabilità di un film è cresciuta così tanto dentro di me che alla fine ho deciso di aprire la bocca, il cuore e la mente per il pubblico, e sono nati i miei film, tutti molto personali”.
Come nascono le sue storie?
“Io di provenienza sono filologo, e allora tutta la mia invenzione di un nuovo tema è sempre collegata con la forma e che, a sua volta, è sempre legata con gli esempi letterari; per esempio ho deciso di fare Storie d’amore basandomi su una forma teatrale medievale che è il “racconto morale”, e che è poi la prima forma teatrale del medioevo”.
Ha un nuovo progetto?
“Sì, sta per uscire in Polonia il mio nuovo film, che ha vinto un premio al festival di Gdynia e che ho potuto realizzare grazie alla nuova legge entrata in vigore in Polonia per il finanziamento delle opere cinematografiche. Si tratta di una novità per me, perché i miei primi cinque film sono molto personali, esprimono il mio modo di pensare, di vedere la vita, di partecipare, con tutti i lati buoni e le debolezze dell’essere umano. Questo invece rappresenta più la mia osservazione del mondo che la mia esperienza personale. Essendo insegnante da 35 anni all’Istituto teatrale di Cracovia, sono sempre in mezzo ai giovani, e vedo come cambiano le generazioni. E poi ho un figlio giovane. Allora credo di avere un po’ di esperienza su cosa sono i nostri figli. Sarà dunque un racconto sui figli, con tre attori esordienti. Sarà una storia di giovani, in cui io mi riserverò solo un piccolo ruolo”.
Come si chiama?
“E’ raro che si decida un titolo in fase di lavorazione. Di solito si usa un titolo di lavoro, e anche i produttori e i distributori mettono bocca sul titolo. Ma io questa volta il titolo l’ho scelto sin dalla fase di sceneggiatura, e mi piace molto, perché è stato un punto di partenza: Il Girotondo, che richiama il titolo di un testo teatrale di Artuhr Schnizler - l’autore di Eyes Wide Shut – che io ho interpretato a teatro. Il Girotondo è una storia che si ripete”.
Allora non c’entra con Nanni Moretti. Sa, a noi italiani la parola “Girotondo” fa subito pensare a lui.
“A questo proposito, quando vengo in Italia devo specificare le parole che pronuncio nel Caimano sono tutte di Nanni Moretti, lui è l’autore della sceneggiatura. Io non potrei mai avere un’opinione così cattiva degli italiani!”
Come è nato il rapporto con Nanni Moretti?
“Lui ha proiettato per più di un mese “Storie d’amore” al Nuovo Sacher con grande successo. Poi mi ha chiamato per Il Caimano, dove interpreto il ruolo di un produttore polacco che decide di girare il film solo perché ha voglia di lavorare con Michele Placido”.
Ma Michele Placido è davvero così famoso in Polonia?
“Sì, grazie alla Piovra. Tanto che nella sceneggiatura originale, la mia intenzione, in realtà, è quella di girare per la televisione una nuova versione della Piovra con Placido, in cui lui deve vedersela con la mafia russa. Ma abbiamo dovuto eliminare questa parte perché Placido non voleva che si usasse il suo nome; non voleva, cioè, interpretare sé stesso. Così è diventato Marco Pulici e la Piovra non aveva più senso”.
La stanza del figlio ha avuto molto successo in Polonia. Il Caimano che tipo di accoglienza ha ricevuto?
“Il Caimano fatica a trovare una distribuzione. Dopo aver visto La stanza del figlio il pubblico polacco si era convinto che Nanni Moretti fosse un regista intimista e drammatico. Il Caimano lo ha letteralmente scioccato!”.
Lei ha lavorato con tutti i grandi maestri del cinema polacco. Da Kieslowski a Zanussi, ma anche con Wajda e Agnieszka Holland.
“Con Wajda ho fatto una cosa a teatro. Adesso Wajda sta girando un film sul massacro di Katyn. Una delle pagine più dolorose della storia della Polonia, quando i russi – dopo l’accordo con la Germania nazista – uccisero tutta l’intellighenzia della cultura polacca. Il film di Wajda sarà particolarmente interessante perché avrà la prospettiva delle donne, delle famiglie degli uccisi”.
Con Krzysztof Zanussi ha girato quattro film. Forse quattro tra i più significativi: Da un paese lontano, L’anno del sole quieto, Massimiliano Kolbe e Persona non grata.
“La generazione dei cineasti della mia età ha imparato tantissimo dall’opera del maestro Zanussi. Quando noi giovani attori abbiamo visto Dietro la parete ci siamo detti: è in questa direzione che vogliamo andare. E anche tutti i film di Zanussi che abbiamo visto dopo hanno influenzato il nostro modo di pensare, il nostro tenere dritta la spina dorsale durante i tempi dell’autoritarismo. Il festival Cielo e Terra è stata, finalmente, l’occasione per dirgli grazie”.
Oltre ai grandi capolavori, ha girato anche alcuni tra i film più popolari della storia della Polonia, come Kiler e il celebre Seksmisja…
“Venti milioni di persone hanno visto quel film”.
Tornando a Moretti, ha un modo di girare molto particolare, vero?
“Moretti usa la pellicola come fosse carta igienica. Non ho mai visto un regista usare così tanta pellicola. Lui ripete una scena anche 15 – 20 volte!”
Normalmente, invece, quante volte si gira un ciak?
“Tre, quattro, massimo cinque volte”.
E Zanussi, quanti ne fa?
“Ah, per Zanussi, la prima o al massimo la seconda è buona. Ma lui fa molte prove”.
Moretti invece gira diverse versioni di una stessa scena, e sceglie solo in sede di montaggio quella buona.
“Sì, la scena in terrazza per esempio l’abbiamo fatta due volte, girandola in modo completamente diverso. Poi c’è una cosa che mi ha colpito molto, e cioè che gli attori si danno lo ‘stop’ da soli. Vedevo Placido che recitava, sbagliava una battuta, e faceva: “ok, la rifaccio” mentre l’operatore continuava a girare. Questa è una cosa che in Polonia non potrebbe permettersi nessun attore!”.
Con Krzysztof Kieslowski oltre che collega è stato anche un grande amico. Che tipo era?
“Tutti sono convinti che Kieslowski fosse una persona seria e malinconica. In realtà era un uomo molto spiritoso, con un grande senso dell’umorismo. Quando giravamo in macchina lui si divertiva a fare finta di essere il mio autista: ci fermavamo al semaforo e lui suonava il clacson ammiccando ai passanti, mostrando di essere in compagnia con il celebre attore. Io ero già molto popolare, la gente si fermava a guardare e ci salutava”.
Recentemente sono usciti due film tratti dalla “trilogia” inedita su Paradiso, Purgatorio e Inferno scritta da Kieslowski prima di morire. Ed è già in preparazione una nuova trilogia, su Fede, Speranza e Carità, che sarà interpretata da Zamachowski.
In realtà il primo a raccogliere l’eredità di Kieslowski è stato proprio lei, realizzando Duze Zwierze….
“A settembre il film è uscito in dvd negli Stati Uniti. Per me è stata una grande soddisfazione, perché per un regista arrivare in America è come per un musulmano andare in pellegrinaggio alla Mecca! Certo, ci sono arrivato con il nome di Kieslowski, ovviamente. Ci tengo particolarmente, a quel film, perché è il mio unico film poetico. Forse non farò mai più un film così, e devo ringraziare Kieslowski. Ma è stato molto duro, da realizzare”.
Perché?
“Perché è nato come un progetto televisivo. E con i dirigenti tv avevamo due forti disaccordi: uno riguardava la lunghezza: quella televisiva è un’ora e i produttori non accettavano l’idea che il film potesse sforare questi tempi. La seconda era il bianco e nero, che loro rifiutavano categoricamente. Ma questo era un film da girare in bianco e nero”.
Alla fine, però, ha vinto lei su entrambi i fronti…
“Perché ho trovato un distributore per il cinema. Li ho messi davanti al fatto compiuto, e non potevano rifiutarsi. Ma quei problemi si sono ripresentati quando ho portato il film all’estero”.
In Italia sono usciti solo il suo secondo e il suo terzo film: Storie d’amore e Sette giorni nella
via di un uomo. Perché?
“Proprio per questo motivo. Il mio distributore italiano ha rifiutato Duze Zwierze perché in bianco e nero. E così si sono rotti i nostri rapporti”.
A differenza di “Inferno” e “Paradiso”, Duze Zwiersze non è semplicemente ispirato ad un’idea di Kieslowski, ma è tratto da una sua sceneggiatura completa….
“In realtà non è così. Quello di Kieslowski era solo un soggetto, poco più che un canovaccio completamente rielaborato da me, ma una delle condizioni dettate dal produttore è stata proprio che il mio nome non figurasse nella sceneggiatura, che doveva essere attribuita interamente a Kieslowski”.
Come ha trovato questo soggetto?
“Mi hanno chiamato dalla sua casa di produzione, dicendomi che avevano trovato tra i suoi documenti questo canovaccio. Ho trovato la cosa molto strana, perché Krzysztof mi parlava di tutti i suoi progetti, ma di questo film non mi aveva mai parlato. Non ne avevo mai sentito parlare finché non ho letto quel copione”.
Ma è sicuro, allora, che si tratti di un soggetto realmente scritto da Kieslowski?
“Sì, perché dopo che io avevo letto il testo inviatomi dal produttore, mi ha chiamato la moglie di Krzysztof dicendomi che anche lei aveva trovato, a casa, quel testo. Così abbiamo scoperto che si trattava di un soggetto che risale addirittura al 1974, prima del suo debutto nel cinema. Duze Zwierze sarebbe dovuto essere il primo film di Kieslowski. Invece, poi, è rimasto irrealizzato. Certo sarebbe stato molto diverso dal mio film, anche perché la sua storia era una metafora del regime comunista, quindi negli anni ’70 avrebbe avuto una valenza molto diversa rispetto al 2000”.
E’ vero che dopo la trilogia dei colori, Kieslowski aveva deciso di ritirarsi?
“Sì, perché era stanco. Fare un film lo stressava molto. Soprattutto, lo stressava il set. Per lui rappresentava davvero un incubo. Il resto della lavorazione lo faceva con entusiasmo: in sala di montaggio poteva passarci anche la notte intera, ma il set lo snervava”.
Perché?
“Perché effettivamente è la parte più stressante di un film. Devi coordinare il lavoro di tutti, fare attenzione che tutto vada bene. Anche perché sai che il giorno dopo il set si sposterà e le scene che hai girato non potrai più ripeterle”.
Non si torna mai su una vecchia location per rifare una scena venuta male?
“In Polonia l’unico che può permettersi di fare una cosa del genere è Wajda”.
Il set dovrebbe essere anche il momento più creativo e divertente.
“Lo è, ma non per Krzysztof. Lui ci stava davvero male”.
E Zanussi, invece, sul set come è?
“Ah, Zanussi sta sempre bene. E’ sempre calmo, tranquillo, rilassato. E’ indistruttibile! Kieslowski diceva che Zanussi può tornare da un viaggio in Cina, lavarsi le mani, e mettersi al tavolino a scrivere una sceneggiatura”.
In Cineamatore di Kieslowski ha diviso il set proprio con Zanussi, per una volta in veste di attore.
“Quello è stato uno dei film più importanti della mia carriera. Ancora oggi incontro registi che mi dicono che quel film è stato decisivo per la loro vita, e la loro storia artistica”.
In quel film lei interpreta un giovane regista che, grazie al successo ottenuto con una camera amatoriale, arriva proprio dal grande maestro Zanussi…
“Una volta dovevamo fare una scena. Prima facciamo una prova: io dico la battuta, lui dice la sua. “Ok - fa Kieslowski – adesso la giriamo”. Io dico la mia battuta. Zanussi mi guarda e non dice niente. Io aspetto, poi gli faccio sottovoce: “Parla! Maestro, parla!”. E lui niente, resta zitto. Allora Kieslowski: “Stop! Krzysztof che c’è? Non ti ricordi la battuta?”. E Zanussi: “Non è che non me la ricordo. Ma mi vergogno!”. “Come ti vergogni?”. “L’ho appena detta! Mi vergogno a ripetere le stesse parole che ho appena detto!”.
Dunque – dico io - vedi maestro Zanussi: rispetta il lavoro dell’attore, che non è poi così facile!”
Il suo ultimo film, Pogoda na jutro, racconta una storia molto curiosa: quella di un uomo che si rifugia in un convento durante il regime e poi, dopo 17 anni torna – per una circostanza fortuita – in famiglia.
“Ho cercato una figura stilistica che potesse giustificare l’idea che un uomo possa essere sparito per vent’anni. Dove può sparire una persona per vent’anni? Non intendo fisicamente, ma mentalmente. Un convento è un posto dove puoi sparire. Le prime scene le ho girate nel convento dei domenicani a Cracovia, poi ho fatto tanti incontri con i frati. In quei conventi ci sono persone che non sanno nemmeno che è cambiato il sistema politico. Così è nata l’idea di mettere il mio protagonista in un convento, un posto dove veramente si può dimenticare la realtà. E poi il difficile ritorno a casa. Il film ha un messaggio cristiano, però la forma a volte sembra negarlo, tanto che il cardinale Macharski dopo aver visto il film disse: mi piace il suo film, ma solo fino agli ultimi cinque minuti”.
Perché il film si conclude con l’ex frate che si unisce ad un gruppo di Hare Krishna.
“Ci siamo divertiti molto a fare quella scena. Tra l’altro tutte le comparse che mi circondano erano veri hare krishna, e quando abbiamo girato la scena hanno organizzato una vera e propria festa, portando sul set dei dolci preparati da loro!”
Pogoda na jutro si conclude esattamente come comincia La stanza del figlio. Anche lì il protagonista, all’inizio del film, danza con gli hare krisna. E’ stato un omaggio all’amico Moretti o è una coincidenza?
“Mi è stato già fatto notare. Ma sì, è solo una coincidenza, anche se il significato delle due scene è evidentemente lo stesso”.
E’ un caso anche che la locandina del Caimano sia identica a quella di Sette giorni nella vita di un uomo, il suo film uscito dieci anni fa?
“Davvero? No, di questo davvero non mi sono mai accorto”.
C’è il protagonista che si affaccia dal bordo di una piscina…
“Non ci avevo fatto caso. Ma anche questa credo che sia una coincidenza”.
Tornando alla scena degli hare krishna: insomma ha fatto arrabbiare Macharski.
“Sì, perché è come se mettono sullo stesso piano i frati e gli hare krishna., anche se in realtà quella scena vuole rappresentare una metafora”.
Questo si chiama relativismo. Sicuramente farebbe arrabbiare anche papa Ratzinger!
“Ma il mio è anche un monito per la Chiesa: se continuate ad essere così rigidi, la gente si rivolgerà ad altre religioni, che danno maggiore senso di libertà all’individuo”.
Lei è di Cracovia. Frequentava Karol Wojtyla quando era cardinale?
“No, a dire il vero non ho mai avuto occasione di conoscerlo personalmente, quando era il mio vescovo. L’ho incontrato solo dopo, quando era diventato papa. E’ successo due volte. La seconda volta ho avuto anche l’opportunità di pranzare con lui. Solo io, lui, mia moglie e don Stanislaw. E’ stato molto bello ed emozionante, anche se lui era già molto malato. Ma ricordo che abbiamo parlato a lungo di Cracovia”.
Poi ha partecipato anche al suo funerale
“Ero insieme ai rettori delle Università polacche. Vedere tutta quella gente è stato uno spettacolo indimenticabile”.
Lei era tra gli interpreti di Da un paese lontano, il primo film girato su Wojtyla. Ha visto la fiction di Giacomo Battiato?
“Sì, in Polonia è uscita al cinema, e ha avuto un grandissimo successo. Lo sa che adesso la gente ferma Piotr Adamczyk per strada e gli chiede di benedirla?”
E lui che fa?
“E che deve fare? Benedice!”.
Le è piaciuta la fiction?
“Sì, anche se provo sempre un po’ di disagio quando il sentimento religioso si mescola con l’arte”.
Che intende dire?
“Che non mi piace trovarmi in una situazione in cui non so se la mia emozione dipende dalla bellezza del prodotto artistico o dal suo contenuto, che fa leva su sentimenti così alti. Una volta ho fatto uno spettacolo in cui recitavo delle poesie di Wojtyla: è stato un momento molto emozionante, la gente era commossa, ma io ho provato lo stesso disagio, e ho deciso di non fare più una cosa simile. Il sentimento religioso è una cosa, l’arte è un'altra. Non trovo giusto confonderli. Per questo con il mio lavoro, adesso, cerco di separare sempre le due cose, di non confondere arte e religione”.
Lo sa che adesso lei e Adamczyk siete gli attori polacchi più celebri in Italia?
“Sì. E rappresentiamo anche i poli opposti! Io – che ho fatto un film contro Berlusconi – la sinistra, Adamczyk, che ha fatto un film prodotto da Berlusconi, la destra. E’ abbastanza buffo”.
In Pogoda na jutro recita il più celebre gruppo rock polacco, i Myslovitz. Come è nata questa collaborazione?
“All’inizio non è stato facile. Loro volevano a tutti i costi proporre una loro canzone, come avevano fatto per Duze Zwierze. Io invece volevo che la canzone fosse scritta da Abel Korzeniowski, che ha composto anche il resto della colonna sonora”.
Perché?
“Perché la musica dei Myslovitz non era adatta a quel contesto. Nel film c’è questo gruppo di frati che deve partecipare ad un festival musicale. Mi sono chiesto: che tipo di musica può fare un gruppo rock composto da frati, gente che vive in clausura, fuori dal mondo? Ho pensato che sicuramente questi frati non sarebbero stati molto ‘aggiornati’ e quindi ho voluto una canzone che ha sonorità anni ’60. Un genere molto diverso da quello dei Myslovitz”.
E perché loro non volevano suonare la canzone di Korzeniowski?
“Essenzialmente avevano paura, perché Korszeniowski è un compositore classico e solo uno di loro è in grado di leggere la musica. Questa cosa li ha messi molto in imbarazzo, così alla fine abbiamo trovato un compromesso: hanno suonato la canzone nostra, ma hanno curato loro l’arrangiamento”.
Lei che è un grande comico, cosa pensa di Roberto Benigni?
“L’ho visto a teatro la prima volta che sono venuto in Italia. Erano i primissimi anni ’80. Ricordo che lui faceva una gag sul membro dei politici e diceva: “Spadolini c’ha un pisellone così, Andreotti invece ha un pisellino piccolo piccolo”. E io mi domandavo cosa sarebbe successo se un comico in Polonia avesse detto queste cose di Gierek!”.
Le è piaciuto La vita è bella?
“Anche in questo caso sono rimasto molto meravigliato. Meravigliato per il coraggio, che Benigni ha avuto, di scherzare sull’Olocausto. Nessun polacco ci riuscirebbe mai”.
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