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"Il segreto di un buon film? Una storia copiata"

Intervista a Mario Monicelli

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di Arnaldo Casali

Più che un grande regista, è un pezzo di storia del cinema e del costume italiano.
Con il suo fisico minuto ma robusto e il suo carattere burbero ha attraversato quasi un secolo di storia lasciando dietro di sé pietre miliari di arte cinematografica: frammenti di immaginario collettivo ma anche punti di riferimento per chiunque voglia confrontarsi con la tradizione della commedia all’italiana, di cui è stato l’iniziatore e l’indiscusso maestro.
 
Classe 1915, con i suoi 72 anni di carriera, 65 film all’attivo e una forma quasi perfetta (anche se lamenta di sentirci e vederci poco) Mario Monicelli è l’ultimo ‘grande vecchio’ del cinema italiano: l’unico che può vantarsi di aver lavorato tanto con le grandi leggende del passato come Totò e Aldo Fabrizi quanto con le giovani leve di oggi come Giorgio Pasotti, oltre che di aver lanciato personaggi come Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Alberto Sordi.
 
Eppure, se c’è una cosa che Monicelli proprio non fa, è vantarsi: austero fino all’eccesso, questo artigiano della settima arte che ha sfornato film come  “Guardie e ladri”,  “I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “L’armata Brancaleone” , “Romanzo popolare”, “Un borghese piccolo piccolo”, “Amici miei”  e “Il marchese del grillo” tende a sminuire persino i suoi capolavori e il fatto di aver raggiunto i vertici del cinema italiano sembra non creargli alcuna vertigine.
 
Tornato al festival “Le vie del cinema” di Narni per presentare “Un eroe dei nostri tempi”, pellicola del 1955 interpretata da Alberto Sordi, Franca Valeri e un giovane Bud Spencer, Monicelli si è confrontato – nel corso dell’incontro organizzato al Parco dei pini dal direttore artistico Alberto Crespi – con Giovanni Veronesi, tra i pochi registi che accetta di riconoscere come “erede” della commedia italiana.
Il suo segreto? “Copiare” dice.  “Tanto non ti inventi mai niente. Anche quando pensi di esserti inventato qualcosa, magari stai attingendo a ricordi che avevi da ragazzo oppure ad una storia che ti ha raccontato un amico e tu fai finta che sia tua. Non si inventa mai niente: uno che ha letto molto, che ha divorato romanzi e personaggi e riesce a far fruttare queste letture, sembra uno che ha una grande fantasia, invece si copia, magari inconsapevolmente ma si copia. Io ho la fortuna di aver frequentato cinque o sei persone che avevano una sapienza letteraria straordinaria: Suso Cecchi D’Amico, Age, Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi: erano dei grandi conoscitori e riportavano tutto, come anche Steno”.
 
Lei ha lavorato con tutti i più importanti attori del cinema italiano, da Gassman a Placido. Ma un sodalizio particolarmente importante lo ha stabilito con Alberto Sordi. Che ricordo ha di lui?
 
“Lavorare con Alberto Sordi era molto piacevole. Intanto perché era uno che faceva le cose solo quando era convinto: non diceva mai di no ma perdeva tempo e finiva per non farlo, un film, se non lo convinceva, e questa era già una garanzia. Perché se lui accettava di farlo tu già sapevi che valeva la pena di girarlo.  E poi non aveva bisogno di niente, né di trucco, né di pettinature o costumi. Si sistemava talmente bene dentro che diventava anche fisicamente il personaggio senza un minimo di intervento; riusciva a caratterizzare un personaggio con pochissimi tratti, anche nella recitazione. E considera che insieme abbiamo fatto cose molto diverse tra loro, dal soldato ucciso eroicamente al cinico mostro”.
 
Come nacque l’idea del “Marchese del Grillo”?
 
“E’ nata dal Marchese del Grillo. È un personaggio storico realmente esistito, su cui sono stati scritti libri, commedie, e sono stati girati anche altri film. L’idea di tirarlo fuori venne a Berardino Zapponi, che era un appassionato di storia romana, ma il soggetto è un semplice collage di aneddoti che si raccontano sulla vita di questo personaggio. Ripeto: le cose riuscite non sono mai inventate, sono sempre rubate da libri o da aneddoti”.
 
La “grande guerra” ha una storia straordinaria. Dove l’ha copiata?
 
“Da “I due amici” di Maupassant”.
 
E “Amici miei”?
 
“Amici miei doveva farlo Germi, e lo avrebbe fatto anche meglio di me: lo avrebbe fatto più duro, mentre io tendo di più al comico. Germi aveva già iniziato a scrivere la sceneggiatura e sarebbe stata una cosa molto dura, come “Signori e signore”. In realtà lui voleva ambientarlo a Bologna, e sarebbe venuto molto bene, perché il temperamento dei personaggi si adatta alla cultura bolognese, ma io sono toscano e tutti i racconti sono leggende fiorentine, allora mi sono detto: perché devo farlo a Bologna?”.
 
Però non ha preso nemmeno un attore toscano.
 
“Nemmeno uno. Solo Montagnani, che però è entrato nel secondo film. Però il film sembra molto toscano. Questo ti fa capire che nel cinema non è mai vero niente”.
 
E l’Armata Brancaleone dove l’ha copiata?
 
“Dal Pulci e dal Morgante. Il tono è quello”
 
L’abbiamo rivisto finalmente su grande schermo proprio a Narni, tre anni fa, fa tutto un altro effetto.
 
“Davvero? Io questa differenza io non la conosco. Per me un film è un film, non importa dove lo vedi. Per questo dico che il cinema non morirà mai: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente. D’altra parte pensa a certi film come “Scene da un matrimonio” di Bergman, fatti tutti di primi piani; che differenza può esserci tra vederlo al cinema e in tv? Io, comunque, i primi piani non li faccio. Mi rifiuto proprio, di farli”.
 
E’ vero che il produttore era molto scettico riguardo all’Armata Brancaleone?
 
“Non è che era scettico, è che proprio non voleva farlo, a causa del linguaggio. Anche perché a leggerlo in sceneggiatura, quel linguaggio, è molto più difficile da capire. Tanto è vero che il film quando uscì all’inizio andò male. Fu promosso e rilanciato grazie ai ragazzini: andavano a vederlo e comprendevano benissimo quella buffa lingua. Parlo di ragazzi di dodici–tredici anni che continuavano ad andare a vederlo, e lo hanno trasformato in un successo”.
 
Un giudizio sul cinema italiano attuale.
 
“Il cinema italiano oggi non racconta l’Italia come è, a parte questi fenomeni come Garrone e Sorrentino, ma che non fanno la commedia. Si fanno commedie che non dicono niente, non raccontano niente se non dei contrasti in cui alla fine tutto si risolve; non c’è niente dietro. Manca la sostanza, la spina dorsale della commedia cosiddetta italiana. Fanno piacevoli commedie ben fatte, ma la cosa rimane lì.”
 
Forse perché non copiano.
 
“Vuol dire che sono ignoranti. Non hanno letto, non hanno osservato. Quelli che hanno fatto il cinema del dopoguerra erano persone molto colte, come professori di università. Era gente che veniva da anni di letture e conversazioni molto approfondite”.
 
C’è un film di Giovanni Veronesi che ha apprezzato particolarmente?
 
“Mi è piaciuto il primo “Manuale d’amore””.
 
Il secondo no. D’altra parte lei è contrario ai seguiti.
 
“Sì, sono contrario. Perché il numero due è il numero due. Forse viene meglio perché è più meditato ed eviti gli errori che hai fatto nel primo, però arriva sempre secondo”.
 
Eppure lei ha fatto dei grandi numeri due.
 
“E quanti ne ho fatti? Ne ho fatti due: “Amici miei” e “Brancaleone”.
 
Ma erano entrambi dei film bellissimi.
 
“Mah… non credo”.
 
Dopo 70 anni di carriera non si è ancora stancato di fare cinema. Con le “Rose del deserto” ha fatto un altro grande film.
 
“Anche quello avrei potuto farlo meglio, se solo avessi avuto un’altra settimana di riprese a disposizione…”.
 
Veronesi ha scritto “Il ciclone”, in cui lei interpretava il nonno di Pieraccioni.
 
“Ma no, ho fatto solo la voce, del nonno”
 
Però se ne è parlato molto, di quella sua partecipazione. E’ sembrato quasi
un passaggio delle consegne…
 
“E’ stata una furbata di Pieraccioni. All’inizio ci aveva messo la voce del suo nonno vero, e secondo me era venuto anche meglio…”.

(da Il Giornale dell'Umbria  del 5 luglio 2009)

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